Troppo facile chiamarlo inferno. Così si rende tutto troppo lontano, metafisico, come se fosse segnato da un inevitabile destino e invece il campo di Moria, l’hotspot greco più grande d’Europa, è il risultato di disfunzioni politiche, di un enorme buco nero che l’Europa cavalca per (non) governare l’immigrazione ed è la fotografia dei diritti umani di cui l’occidente si riempie la bocca, che stanno nei protocolli o negli accordi internazionali e che poi diventano carta straccia da rinchiudere in qualche buco. Il campo di Moria, che dovrebbe contenere al massimo 3.000 migranti e che invece oggi ne conta quasi 13.000 è il sacchetto dell’umido di quello che siamo diventati, è la discarica dei nostri errori e dei nostri orrori. E ieri sono arrivate anche le fiamme. Immagini impressionanti che vengono rilanciate in tutto il mondo in cui si vedono le baracche, i container, le tende e quelle poche cose che stavano per terra bruciare sotto fiamme altissime.

Il segretario generale dell’accoglienza dei richiedenti asilo del ministero delle politiche migratorie, Manos Logothetis, appena giunto a Lesbo ha dichiarato all’Agenzia di stampa Atene-Macedonia (Ana): «Il disastro di Moria è totale. Per ordine del Ministro delle politiche migratorie e dell’asilo, vado sull’isola per valutare la situazione. Dobbiamo vedere in collaborazione con tutte le istituzioni quali soluzioni possiamo fornire per l’ospitalità temporanea e di lunga durata dei residenti. È una priorità assoluta per tutti». I migranti si sono riversati per strada, migliaia di persone che hanno perso tutto, di nuovo, che vengono colpiti dai gas lacrimogeni della polizia che tenta di bloccarli, un inferno scrivono molti giornali, un inferno raccontano molti inviati. Qualcuno corre a specificare che le fiamme sarebbero state appiccate dai migranti stessi, incendi dolosi, dicono, per protestare contro il lockdown.

E allora riprendiamo il filo di questa storia, per bene, dall’inizio. Moria è una zona franca stipata da gente che arriva da tutto il mondo, Moria è uno spazio in cui non esistono strutture: le cosiddette abitazioni sono ammassi di tende, stoffe rattoppate e pali secchi. Ognuno si arrangia come può e con quel che può: perfino gli stracci sono merce preziosa che viene rubata dalle tende. Moria è quel posto dove la coda per la colazione e per il pranzo e per la cena dura almeno due ore, 6 ore in coda al giorno per mangiare e poi ci sono anche due ore di fila per andare in bagno. Oppure c’è il secchio, per tutti. Il fiume che costeggia il campo è pieno di rifiuti e liquami, una discarica a cielo aperto che costeggia il campo e che inonda di odore tutta la zona circostante. Bisogna raccontarlo per bene il campo di Moria, bisogna raccontare quel bus solo per i migranti che porta al centro di Mytilene e che costa un euro. Nessun biglietto, nessuna ricevuta, il bus dei negri è un affare che si gestisce fuori dalle regole, dividendo a ognuno la sua parte.

Poi ci sono le irruzioni delle squadracce fasciste, quelle che nei mesi scorsi sono entrate nel campo a seminare un po’ di violenza che loro chiamano giustizia. Ci si è indignati giusto per qualche giorno poi la notizia è scomparsa, tutto passato. E si arriva ai mesi maledetti del Coronavirus: ci si aspetta che una pandemia che pascola lì dove non esiste distanziamento sociale smuova le coscienze, ci si aspetta che qualcuno sia sfiorato dal pensiero che un campo con ammassate migliaia di persone sia un focolaio pronto a esplodere e invece la soluzione presa si riduce alla scelta più facile: chiudere tutto, anzi, rinchiudere tutti.

Siamo a marzo: la prigionia a cielo aperto diventa istituzionalizzata per decreto e chi se ne fotte della malattia. Così il 2 settembre si registra il primo caso di Coronavirus, si muovono le associazioni umanitarie e le istituzioni europee, si prova a far notare che avrebbe potuto essere una strage ma la reazione è sempre la stessa: tutti chiusi, dicono le istituzioni greche, l’uomo verrà sottoposto a quarantena. Come si possa immaginare una quarantena in un luogo in cui mancano i diritti essenziali è un mistero che questa Europa insiste nel proporci. L’8 settembre i casi accertati infatti sono già 35 ma all’intento del campo la sensazione è che siano molti di più e che manchino anche i controlli sanitari. “Chiudere tutto” sperando che il problema si dissolva è la fotografia della miopia politica che impera.

Qualcuno all’interno del campo prova a protestare, le associazioni umanitarie che lavorano a Moria tentano di fare sentire la propria voce ma del più grande campo profughi d’Europa sembra che abbiano voglia di parlarne in pochi. E così si arriva agli incendi di ieri, alle urla, alla fuga, alla disperazione e ancora una volta alla politica che rincorre un’emergenza che ha radici profonde che si è voluto continuare a sottovalutare. Lo chiamano inferno ma Moria ha mandanti morali che sono chiari a tutti. L’inferno è una punizione del destino, Moria invece ha una storia lunga alle spalle che bisogna solo avere voglia di leggere.