Ho apprezzato l’articolo di Francesco Damato pubblicato ieri sul Riformista, e concordo con lui: nell’intervista al Corriere della Sera (4 ottobre), Massimo D’Alema ricostruisce con onestà intellettuale il duello con Bettino Craxi che si aprì dopo il taglio di tre punti di scala mobile deciso dal suo governo (febbraio 1984). Né ho motivo di dubitare di quanto egli rammenta, e cioè che nella Direzione del Pci passò per pochi voti la proposta avanzata da Enrico Berlinguer di promuovere un referendum abrogativo del decreto.

Come è vero che Luciano Lama e alcuni esponenti di spicco dei “miglioristi” erano contrari a questa proposta. Il primo perché temeva una rottura insanabile dell’unità della Cgil, i secondi preoccupati di una sfida che rischiava di lasciare un cumulo di macerie a sinistra. Non so dire, invece, se Berlinguer in cuor suo non voleva il referendum, come afferma D’Alema. Tanto più che in un successivo passaggio dell’intervista si sostiene che “la sua idea era brandire il referendum per far cadere Craxi, liberarsi di lui e avere un altro governo”. Il che mi pare un buon motivo per volerlo, e convintamente.

In proposito, mi sia consentito un ricordo personale. Ho avuto la ventura di partecipare, con Lama e Bruno Trentin, a un incontro riservato a Botteghe Oscure in cui si affrontò la questione (allora ero un sindacalista della Cgil). Ricordo che la maggioranza dei presenti, dirigenti di primo piano (incluso il segretario), era comunque certa che gli elettori avrebbero bocciato lo “scippo” – come allora fu definito – alla busta paga delle classi lavoratrici. Sappiamo come sono andate le cose. Ed è questo il punto che mi preme sottolineare, anche perché la sconfitta in quella che sembrava una passeggiata ci dice che Craxi aveva intuito, diversamente dal Pci, che l’Italia era cambiata (cambiamento peraltro annunciato già dalla disfatta operaia alla Fiat di quattro anni prima).

Il referendum vince d’un soffio al Sud ma perde nettamente al Nord, in particolare nelle regioni più industrializzate. Un Sud che ribadisce di non poter prescindere da una tutela del reddito affidata in prevalenza ad automatismi salariali. Un Nord, invece, che stava mutando pelle: nella composizione demografica, negli assetti territoriali e produttivi, negli stili di vita e di consumo. Era la fotografia di un Paese miscuglio di modernità e di arretratezze, di innovazioni sociali e di antiche ingiustizie distributive.

Processi contraddittori in cui si consuma un braccio di ferro tra due grandi orientamenti trasversali agli schieramenti politici. Il partito della spesa pubblica e quello del rigore finanziario. Il primo, facendo leva sull’indebitamento, ha cercato di sostenere la domanda interna e i costi della ristrutturazione produttiva (cassa integrazione, prepensionamenti, incentivi a pioggia). Il secondo, sulla scia del liberismo anglosassone, ha tentato di ridurre l’area dello Stato assistenziale costruito nel Dopoguerra. È qui che comincia a incrinarsi il vecchio “compromesso storico” su cui si era fondata la prima stagione repubblicana. Tangentopoli, più che il becchino, è stata il medico che ne ha misurato la febbre senza curarne la malattia. Non dico che oggi siamo nella stessa condizione, ma farmaci capaci di debellarla ancora non se ne vedono in giro.