Omofobo, antiabortista, filo Putin. Lorenzo Fontana questo Papa non lo ha mai amato. Anzi, quasi nessuno nella destra lo ama. Francesco appena è stato eletto è andato a posare una corona di fiori nel Mediterraneo, in quel cimitero senza croci dove continuano a morire i migranti e dove – è nel programma di Fratelli d’Italia e Lega – si vuol continuare a respingere gli uomini e le donne che arrivano in Italia in fuga da guerre e povertà. Ma respingere vuol dire condannare a morte: una condanna contro cui il papa si è scagliato e non smette di farlo.

Francesco sta da una parte, Fontana sta dalla parte opposta. Due parti non solo inconciliabili ma antagoniste: due idee di mondo che confliggono. Quella di papa Francesco non solo parla di accoglienza, ma di fratellanza, di solidarietà, di redistribuzione della ricchezza, di rispetto dell’ambiante. L’idea di mondo di Fontana è fondata sull’odio: dei migranti, delle donne, della comunità lgbtq+ e sottende una società fondata sui confini, sui muri, sul potere di chi ha di più. Il fatto che, nel suo discorso iniziale, il neo presidente della Camera abbia citato papa Francesco, definendolo una guida, colpisce perché si coglie l’uso strumentale che viene fatto di una figura così autorevole, al di sopra di qualsiasi propaganda di partito. Strumentale perché Fontana propone una politica lontana anni luce dal Vaticano. E lo è anche sulla guerra e sulla pace.

Filo putiniano, Fontana non aderisce alla cultura della pace, né alle richieste dei movimenti contro il riarmo. La sua posizione è tutt’altra anche se silenziata dalle decisioni assunte prima da Draghi e che ora ispirano Giorgia Meloni: Fontana tifa per Putin, tifa per l’aggressore, per chi vuole ricostruire la grande Russia. Niente a che vedere con il prezioso lavoro diplomatico e intellettuale fatto da Bergoglio fin dall’invasione dell’Ucraina. In totale solitudine rispetto ai media mainstream e alla diplomazia internazionale Francesco ha chiesto di costruire la pace, di far di tutto per intraprendere questa strada. Ma è rimasto inascoltato.

Prima al Senato Ignazio La Russa, poi ieri Fontana alla Camera, i due neo presidenti ci hanno tenuto a citare nel loro discorso di insediamento proprio lui, quel papa che punta il dito contro i potenti, contro coloro che non hanno a cuore l’Altro. Mai citazione è risultata più retorica. Forse Fontana pensa di potere tirare dalla sua parte le posizioni del papa su famiglia e aborto. Ma anche su questo, sbaglia di grosso perché sono lontane, lontanissime da rigurgiti reazionari del Family day. Quella piazza che incita all’odio e che piace tanto al presidente della Camera.

Il governo di Giorgia Meloni avrà – dicono – poco spazio di manovra rispetto alle scelte economiche e di carattere internazionale. La crisi è troppo pericolosa per perseguire sogni sovranisti, quelli vanno bene durante la campagna elettorale per prendere voti, ma quando si governa è tutt’altra cosa. La battaglia politica e delle idee si giocherà soprattutto sui temi della libertà, dei diritti, dei migranti, sulla idea di convivenza. La scelta di Fontana come presidente della Camera indica una strada molto chiara, preoccupante.

Il messaggio di Francesco su migranti, pace, carcere, poveri verrà ascoltato? Verrà accolto? Suggerirà un cambiamento? Temiamo di no, non accadrà. E a quel punto le parole del papa, le sue battaglie per un mondo più giusto saranno ancora più preziose, ma cadranno in un silenzio ancora più forte. La sua solitudine di cui abbiamo parlato sembrerà ancora più intollerabile.

Ps: Ottima l’ipotesi di Zan vicepresidente alla Camera!

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Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica