In Belgio cinquantacinque magistrati hanno deciso di trascorrere il fine settimana nel carcere di Haren, nella zona di Bruxelles, per conoscere “dal vivo” la quotidianità della detenzione. La struttura sarà inaugurata il 30 settembre. Non è la prima volta che ciò avviene. Nel luglio 2018 circa cento persone, tra avvocati, giudici, giornalisti, poliziotti, furono rinchiusi per quarantotto ore nel carcere belga di Beveren che si sarebbe inaugurato successivamente, al fine di collaudare il nuovo istituto ed in particolare il corretto funzionamento dei sistemi di sorveglianza e della piattaforma digitale destinata ai detenuti per seguire i corsi on-line. Agli ordini del personale penitenziario, i giudici ed i pubblici ministeri – privati del telefono cellulare – sono stati rinchiusi nelle stanze, hanno mangiato il cibo del carcere, hanno lavorato in cucina e in lavanderia, hanno curato la pulizia dell’istituto e partecipato ad attività trattamentali.

L’esperimento va accolto con favore, pur con gli evidenti suoi limiti. Trascorrere due giorni in una struttura nuova, non ancora deturpata dal sovraffollamento, priva del tanfo che caratterizza i corridoi dove sono collocate le celle e igienicamente ancora intatta, non equivale certo a sperimentare effettivamente quali sono le reali condizioni di detenzione. Né possono essere verificate sulla propria pelle le carenze sanitarie, in caso di malattie ovvero l’effettivo accesso a corsi e laboratori. Ma, come dire, meglio di niente. Crediamo che siano, invece, indispensabili visite periodiche agli istituti di pena da parte di tutti gli operatori della Giustizia, per comprendere davvero la reale situazione e il dramma di una detenzione, nella maggior parte dei casi, fuorilegge. Non è necessario fingere di essere detenuti, ben sapendo che in qualsiasi momento si può chiedere di uscire. Una tale situazione assomiglia più ad un reality e, forse, in alcuni casi, può appagare la voglia di sperimentare qualcosa di diverso. Entrare in carcere, vedere, toccare con mano la quotidianità di un istituto a regime. Aprire il blindato di una cella e vedere persone rinchiuse in pochi metri quadrati a disposizione, in condizioni igieniche disastrose, muffa alle pareti, a volte il water a vista o nascosto da una tendina, poca la luce che entra.

Mortificarsi vedendo lo stato di abbandono del reparto docce. Verificare che sono pochissimi quelli che possono accedere al lavoro ovvero ad attività trattamentali. Mangiare il cibo che proviene dalla cucina che, come nella casa circondariale di Poggioreale, deve provvedere ad oltre duemila persone. Ascoltare e verificare i molteplici drammi personali dovuti a immorali ritardi nelle cure mediche. Informarsi sulle modalità d’intervento per urgenti cure specialistiche. È questo che andrebbe fatto. Su queste pagine, il mese scorso, il giudice Eduardo Savarese ha scritto che la visita delle carceri «andrebbe prescritta come medicina socio-politica ineludibile almeno una volta all’anno a beneficio di molte altre espressioni della classe dirigente cittadina, non solo della magistratura, ovviamente coinvolta in maniera diretta nell’istituzione penitenziaria». Siamo d’accordo. Risale al dicembre 2018, la visita (unica?) della giunta dell’Associazione Nazionale Magistrati di Napoli alla casa circondariale di Poggioreale, mentre iniziative analoghe in altre città non ci risultano o, comunque, con certezza, si conteranno sulle dita di una mano. Del resto, i magistrati di Sorveglianza che dovrebbero, per compiti del proprio Ufficio, visitare continuamente gli istituti penitenziari, spesso non vi accedono. Gli avvocati delle Camere Penali, da sempre, si recano in carcere con visite periodiche e, con le loro relazioni, descrivono le reali condizioni di vita dei detenuti.

C’è dunque da porsi una domanda? Perché l’avvocatura mostra tale particolare sensibilità che, invece, sembra del tutto estranea alla magistratura? Non vi è dubbio che una maggiore conoscenza delle condizioni di detenzione aiuterebbe l’opinione pubblica a comprendere che quel mondo non va considerato estraneo, ma è parte integrante della società perché dovrebbe svolgere la funzione primaria di recupero del condannato, proprio nell’interesse stesso della collettività. L’Unione Camere Penali, alcuni anni fa, ideò il progetto “Carceri Porte Aperte”, dando la possibilità ai cittadini interessati di visitare gli istituti di pena. Pubblicato l’annuncio sui quotidiani, in poche ore fu raggiunto il numero chiuso stabilito. A Napoli cinquanta persone ebbero la possibilità di entrare nella casa circondariale di Poggioreale e rendersi conto dell’effettivo svolgersi della vita detentiva. La trasparenza è il sale della democrazia e il carcere ne ha un gran bisogno.