La strage silenziosa in carcere, giudici che non conoscono la realtà dove troppo spesso e con troppa facilità spediscono chi siede sul banco degli imputati. Un sistema penitenziario da rivedere e una cultura da cambiare. Ne abbiamo parlato con Donatella Ventra, magistrato di sorveglianza presso la Corte d’Appello di Salerno.

Dottoressa Ventra, in carcere ci sono stati 59 suicidi in otto mesi, 14 solo nel mese di agosto e vale a dire più di uno ogni due giorni: è una strage. Un paese nel quale si muore in carcere e di carcere può definirsi civile?
«Sono dati veramente allarmanti, abbiamo già superato il numero dei casi totali del 2021 (quando ce ne furono 57) con la differenza che siamo a settembre. Un altro dato che mi ha colpito molto è che i detenuti di origine straniera che si sono suicidati in carcere sono stati 28, costituiscono quindi il 47,5% dei casi. Questi sono dati molto preoccupanti, ma che purtroppo tristemente non mi sorprendono. Andando oltre i numeri, ci accorgiamo che ci sono tre categorie di soggetti a rischio suicidario: gli stranieri, i tossicodipendenti e soggetti con problemi di infermità psichiatrica».

Mi scusi, ma tossicodipendenti e persone con problemi di salute psichiatrica non sono due categorie di detenuti che in carcere non dovrebbero proprio starci?
«Eh… Questa è una questione molto lunga. Purtroppo oggi i soggetti in cella che hanno queste problematiche trovano una struttura carceraria inadeguata sia a livello strutturale che organizzativo. Mancano i mediatori culturali per gli stranieri, manca un’adeguata assistenza sanitaria per la salute mentale. I mediatori culturali per gli stranieri, per esempio, sono importantissimi e la stessa cosa vale per i detenuti tossicodipendenti e con problemi di salute mentale: così la pena assume connotati afflittivi enormi. E non dimentichiamo che il carcere, anche nei soggetti che non hanno fragilità, crea di per sé un trauma. A tutto questo si aggiunge il sovraffollamento e la mancanza di agenti della polizia penitenziaria».

Eppure, il carcere non è affatto considerato come extrema ratio come invece dovrebbe essere per sua stessa natura, anzi vige una smania di manette a fronte di una società sempre più giustizialista. Lei cosa pensa?
«Da anni si pensa di affrontare il problema del sovraffollamento come se fosse un’emergenza momentanea e invece è un problema strutturale. Il legislatore nel corso degli anni ha sempre pensato di apporre dei rimedi che si sono rivelati ben presto fallaci. In realtà ci sono state misure che hanno finito per sostituirsi alle misure alternative, in primis alla semilibertà che invece si basa su tutt’altro: principio rieducativo della pena e principio della gradualità del trattamento».

La soluzione troppo spesso, però, è “servono nuove carceri”, quando in realtà si dovrebbe cambiare questa cultura manettara…
«No, non servono nuove carceri. Bisognerebbe innanzitutto migliorare le condizioni di vita all’interno del carcere e poi bisognerebbe incrementare l’accesso alle misure alternative. Per fare questo sarebbe necessario un cambio di orientamento culturale che purtroppo non c’è, perché bisognerebbe finalmente iniziare a considerare la fase dell’esecuzione della pena non come un’inutile appendice di un processo da liquidare in fretta e in modo semplicistico, ma come la fase più importante: quella in grado di attribuire un reale significato in termini di giustizia a tutto ciò che la precede. Capisco che l’appeal del carcere a livello politico è prossimo allo zero perché parlare di carcere non porta voti, però bisognerebbe invece invertire questa tendenza facendo capire che un sistema penitenziario efficiente, con maggiore accesso alle misure alternative al carcere, non soltanto consentirebbe di dare concreta attuazione ai principi di pari dignità umana e uguaglianza sostanziale che sono previsti dalla nostra Costituzione, ma consentirebbe anche di ab bassare il tasso di recidiva. La stessa figura del magistrato di sorveglianza oggi viene guardata quasi con sospetto, come se fossimo quelli che quasi distruggono le condanne, ma non è così. Io penso che per ogni magistrato bisognerebbe prevedere un periodo obbligatorio di lavoro in carcere. Ci sono colleghi che in carcere non ci sono mai entrati e questo è profondamente sbagliato».

Quanto sarebbe importante per un magistrato conoscere da vicino la realtà carceraria?
«Sarebbe importantissimo. Noi abbiamo una Costituzione bellissima e ci dice che la pena deve essere rieducativa e non contraria al senso di umanità, ma questa funzione rischia di rimanere una formula astratta e priva di contenuti. Per un giudice che applica le leggi e in primis la Costituzione, ritengo che sia una carenza grave non conoscere le carceri.

Dottoressa, mi dice una frase garantista…?
«Direi ai miei colleghi di entrare in carcere almeno una volta perché altrimenti si ha una visione monca del sistema giustizia. Dobbiamo pensare che tutto ciò che precede la fase dell’esecuzione della pena e quindi indagini preliminari, processo di primo grado, appello, Cassazione, viene vanificato se dopo la condanna non ci si interessa più di quello che succede. Tutto quello che accade prima ha un senso se poi la pena viene eseguita in modo da darle un senso, altrimenti è tutto inutile».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.