Meglio deliberare sui passaggi formali di un atto amministrativo che scavare nella vita delle persone, fra reati che creano allarme sociale e processi che si trascinano per anni, meglio gli snelli fascicoli della giustizia amministrativa che i corposi faldoni di quella penale o civile. Devono aver fatto simili considerazioni i magistrati che, sempre più numerosi, hanno scelto di passare dalla giustizia ordinaria a quella amministrativa. Una fuga che sta cominciando a svuotare seriamente i tribunali al punto che, nell’ultima seduta del plenum del Consiglio superiore della magistratura, è stato lanciato l’allarme.

In verità, a Napoli ce n’eravamo già accorti mesi fa quando, analizzando le condizioni della Corte d’appello che ha un carico di circa 56 mila procedimenti pendenti, il presidente Giuseppe De Carolis di Prossedi aveva evidenziato la fuga dei magistrati dalla Corte d’appello e la difficoltà di coprire i posti vacanti perché non ci sono sufficienti magistrati che ne fanno domanda. Tanto da arrivare ad avere quindici collegi operativi su diciotto e sedici posti vacanti nella pianta organica dei magistrati del settore penale, pur considerando che proprio nel settore penale la Corte d’appello di Napoli, accogliendo i processi definiti in primo grado nei vari Tribunali del distretto, ha una mole enorme di procedimenti da trattare: basti pensare che una sola sezione della Corte d’appello di Napoli ha più processi pendenti di tutte le sezioni della Corte d’appello di Milano messe insieme. E adesso si scopre che il problema dell’esodo delle toghe si sta ingigantendo.

La questione, per essere sintetici, si può riassumere così: sempre più magistrati preferiscono i tribunali amministrativi, abbandonando o evitando di scegliere quelli ordinari dove si lavora troppo e sempre più frequentemente in condizioni difficili, oltre che in sottorganico e con il rischio di finire bersagli di offese e gogne pubbliche alla prima decisione impopolare. Meglio, dunque, la giustizia amministrativa, fatta di ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato, di contenziosi che hanno a che fare con cittadini che contestano un atto della pubblica amministrazione e con procedimenti dai tempi decisamente più snelli e rapidi. Questa fuga verso la giustizia amministrativa si sta diffondendo soprattutto tra i giovani magistrati. Lo testimoniano le tante dimissioni dall’ordine giudiziario che stanno arrivando al Csm, al punto da spingere alcuni consiglieri a sottoporre la questione dinanzi al plenum.

Lo ha fatto il togato di Magistratura Indipendente Antonio D’Amato, relatore delle numerose delibere con cui il Csm ha dovuto prendere atto della cessata appartenenza all’ordine giudiziario di giudici che, dopo aver vinto il concorso, ci hanno ripensato. «Molti magistrati – ha sottolineato D’Amato – lasciano la magistratura ordinaria, scegliendo di entrare nei ruoli della magistratura amministrativa. È un tema serio che ci riguarda tutti da vicino, perché i carichi e le condizioni di lavoro della magistratura ordinaria non sono più sostenibili. Serve una riforma della giustizia a partire da queste necessità». Una preoccupazione espressa anche dal togato Giovanni Zaccaro di Area, secondo il quale il fenomeno deriva da un «disagio esistenziale», ma anche dalla «delegittimazione della categoria, frutto di una costante campagna di denigrazione, che induce i colleghi più giovani a migrare verso altre carriere».

In passato si assisteva a una corsa verso la magistratura ordinaria con concorsi affollati di giovani aspiranti pm mentre la giustizia amministrativa era animata da magistrati meno numerosi e con un’età media intorno ai 40 anni, ultimamente invece il trend è cambiato e ha intrapreso un percorso inverso. Il fenomeno dunque, sta cambiando l’identità della magistratura, per cui se fino a poco tempo fa la questione era morale, innescata dal caso Palamara e dalle varie vicende a margine che avevano minato la fiducia dell’opinione pubblica nella categoria di giudici e pm, adesso la questione che investe la magistratura si presenta come la spia di una crisi d’identità.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).