«Una cosa è certa: l’accanimento subito da Berlusconi non è stato mai esercitato nei confronti di nessun altro uomo politico. E io dico che qualunque forma di accanimento, nei confronti di qualunque cittadino, è inaccettabile. E chi non tratta tutti alla stessa maniera, non è un magistrato». Corrado Carnevale è uno che si intende di persecuzioni, avendone subite tante, e anche di magistrati, molti dei quali non godono della sua stima. Ha compiuto da poco novant’anni e non è cambiato, il presidente Carnevale. Vive da solo nella sua casa romana, risponde sempre personalmente al telefono, gode di buona memoria e non dimentica. Non dimentica il fatto che gli abbiano impedito di diventare primo presidente della Corte di Cassazione. Ed è stata veramente un’ingiustizia.

Proprio verso di lui che era stato sempre il primo della classe: maturità classica a 17 anni con il massimo dei voti, laureato in giurisprudenza a 23 con lode e pubblicazione della tesi, arrivato primo al concorso di magistratura e a tutti quelli cui aveva partecipato, fino a diventare a 55 anni il più giovane presidente di una sezione di Cassazione, la prima. Con una giurisprudenza colta e impeccabile. Una lama sottile che usava come un bisturi quando non erano rispettate tutte le regole processuali, quando la valutazione delle prove non era sorretta da motivazioni chiare e logiche. Altro che “ammazzasentenze”. Faceva le pulci alle decisioni dei colleghi perché ne rilevava la sciatteria, il non amore per il proprio mestiere, la superficialità e il disprezzo per il cittadino. Così lui ne disprezza tanti, di quei magistrati. Gli chiedo se abbia mai ricevuto pressioni.

«Mai», dice in modo risoluto, a sottintendere che nessuno avrebbe mai osato. Con un pizzico di malizia però ricorda di un certo presidente di Corte d’appello che alla vigilia della seduta di Cassazione che doveva occuparsi della sentenza da lui comminata, faceva il giro delle telefonate al presidente, al relatore e al pm, sollecitandoli a confermare la sua decisione. Gli chiedo se sia vero che fu lui a introdurre in Cassazione la Camera di Consiglio.

«Certo, perché prima che io arrivassi, le cose funzionavano così: si mettevano d’accordo il relatore, il presidente e il pubblico ministero. Gli altri non conoscevano le carte, e spesso neanche il presidente. Ci sono aneddoti molto realistici di quei magistrati che alla vigilia della Camera di Consiglio, per fare gli spiritosi, dicevano sempre di aver assunto un certo farmaco antivomito, e poi esclamavano: “vado, rigetto e torno”. Non vivevano neanche a Roma, vi si recavano solo per la sentenza, che spesso era un pro forma. Io ho introdotto la Camera di Consiglio, in cui si discuteva, e a volte io che ero il presidente sono anche stato messo in minoranza. Ma i cittadini avevano la garanzia che i processi venissero presi sul serio». Viene un dubbio: chissà se dopo di lui i suoi colleghi abbiano continuato così o invece tutto non sia tornato come prima. «Le dico solo una cosa, l’altro giorno sono andato in Cassazione perché ho mantenuto lì il conto in banca e ho incontrato un famoso avvocato (fa anche il nome, ndr). Sa che cosa mi ha detto? Da quando non c’è più lei siamo tornati alla solita mediocrità. Questo mi ha detto. Dobbiamo quindi stupirci se succede quel che succede?»

Quando gli chiedo che cosa pensi di certi suoi colleghi, ha quasi un moto di stizza, di cui un po’ si scusa, con la consueta gentilezza: «La prego, non dica che sono miei colleghi».  Non conosce personalmente i tanti personaggi della magistratura i cui nomi popolano le prime pagine dei giornali. Di Palamara conosceva il padre, di Antonio Esposito il fratello maggiore Vitaliano.  Anche di Francesco Saverio Borrelli aveva conosciuto il padre, presidente di Corte d’Appello, che lo aveva introdotto nel sindacato. «A 24 anni avevo già svolto il ruolo di segretario al congresso dell’Anm. Poi Borrelli disse che poiché ero bravo bisognava retribuirmi, così me ne andai sdegnato e non mi sono più iscritto. Del resto, nel sindacato dei magistrati non si parla di altro se non di soldi e di carriera. Lo scandalo che è scoppiato ora poteva esplodere tranquillamente trent’anni fa. Né ieri né oggi esiste un dirigente che non sia stato promosso tramite la corrente di appartenenza. E ci sono tanti posti immeritati, gente mediocre».

I suoi ricordi dovrebbero esser trasformati in dispense per gli studenti di giurisprudenza.  Come quello di una Camera di Consiglio, cui lui partecipò come uditore, in cui «i giudici prima parlarono per venti minuti delle pensioni dei magistrati in Svizzera, molto più soddisfacenti di quelle italiane. Poi il Presidente, alludendo all’unico imputato, un parrucchiere accusato di rapina, disse in stretto siciliano, quanto gli diamo? Avendo il giovane uditore osato chiedere come mai non ci fosse discussione, visto che la testimonianza della vittima gli pareva debole, si sentì rispondere: ma lo sai che il fatto è accaduto di lunedi? E lo sai che il lunedi i parrucchieri sono chiusi?» Qualcuno ci restituisca Corrado Carnevale, per favore. E ci faccia uscire da questa mediocrità.