«Provo un dolore immenso ma so che proprio in questi momenti, soprattutto pensando ai più giovani che ci leggeranno, è importante consegnare una testimonianza su David Sassoli, sull’amico fraterno di una vita che ho perso improvvisamente», ci dice Marco Frittella, volto noto del servizio pubblico e oggi conduttore di UnoMattina, al culmine di una lunga carriera in Rai, quando ci riceve. Lo raggiungiamo a Saxa Rubra alla palazzina del Tg1, lo troviamo seduto nella stessa stanza che fu di Sassoli. Quella prima di diventare vice direttore. Quella che usava quando era conduttore dell’edizione delle 13,30.

Una giornata nera per tanti e per chi, come te, era cresciuto con Sassoli.
Una grandissima tristezza, perché Davide viene meno dopo un anno che per il Tg1 è stato terribile: se n’è andato Demetrio Volcic, Fulvio Damiani… tristezza su tristezza. Ma io e Davide ci conoscevamo da quando eravamo ragazzi.

Tu eri amico del padre, di Mimmo Sassoli?
Era lo storico direttore de Il Popolo. Insegnò il mestiere a Davide che visse sia la professione sia la politica come un nuovo percorso sulle orme paterne. Lo citò, all’acme della tensione, perfino in una polemica con i sovranisti in Parlamento Europeo. Dicendo che se il padre fu partigiano bianco, durante la Resistenza, non era stato certo per divertirsi…

E com’era lavorare con lui?
Era, appunto, come il padre: gentilissimo e rispettoso degli altri. Però fermo nei suoi principi. Da ragazzo faceva il tifo per Zaccagnini e da lì secondo me non si è mai mosso.

Faceva un tifo sobrio e discreto, immagino. Altra sua caratteristica riconosciuta da tutti.
Un momento. Da studente era un leader del movimento giovanile Dc capace di grandi emozioni e anche di qualche coloritura. Ricordo un congresso Dc a Roma, al Palazzo dello Sport, dove era candidato alla segreteria, appunto, Zaccagnini. A un certo punto da una curva srotolarono uno striscione gigantesco, una lenzuolata mostruosa, sproporzionata. Si videro gli sguardi severi di Andreotti e Forlani che si incrociavano, mentre Sassoli e Giuntella srotolavano lo striscione.

E da lì in poi è diventato più disciplinato, istituzionale?
Gradualmente. Il 3 maggio 1979 ci fu l’attentato di piazza Nicosia. Le Br aprirono il fuoco sotto la sede regionale della Dc. Un poliziotto fu ucciso sul colpo, un altro morì poco dopo. David guidava un gruppetto di giovani democristiani lì presenti, subito accorsi. Ma la confusione era tanta, il fumo, le sirene… la polizia lo scambiò per un fiancheggiatore dei brigatisti. Era vestito in maniera semplice, niente di elegante. Lo presero a manganellate. Prese un sacco di botte. Lui protestò subito, gridando la sua estraneità, poi denunciò il fatto. Ma non ne parlò più, e in pochissimi ne sono a conoscenza. Gli rimase dentro quell’episodio, quella sensazione di impotenza di fronte all’arroganza del potere che manganella.

E tu lo sai perché si è confidato con te?
No, io ne sono testimone oculare. Passavo per Piazza Nicosia in quel momento e per ripararmi, finii sotto a una Mercedes. Da lì vidi tutto, quegli agenti impazziti che se la prendevano con lui che stava, come sempre, dalla parte giusta.

E forse per raccontare la verità dei fatti, dopo quell’episodio scelse il giornalismo, o forse il giornalismo lo colse. Come andò?
Era un giovane praticante all’Asca. Un giorno stava all’aeroporto Charles De Gaulle, si andava a imbarcare per Roma dopo una visita a Parigi. Riconobbe Gianni De Michelis che parlava con un tale e si accostò. Era Oreste Scalzone. Ascoltò De Michelis senza farsi notare e lo sentì rassicurare il leader di Autonomia Operaia: ‘Noi socialisti stiamo per ottenere un’amnistia’. Tornato a Roma, propose la notizia al Giorno, che fece lo scoop e di lì a poco lo assunse.

Ha sempre lavorato tantissimo, qui in Rai.
Sempre. Andò in studio la sera dell’11 settembre. Fece tutta la diretta dalle 18 in poi, un telegiornale infinito, una maratona prima di quelle di oggi, di Mentana. Era il classico bravo: asciutto, dritto al punto, infaticabile e sempre preciso, rigoroso.

Il senso della notizia, la voglia di raccontarla al pubblico…
La cito con rispetto, oggi. Ma c’è una battuta che circola qui nei corridoi di Saxa Rubra: una telecamera, quando vede Sassoli che cammina, si alza e lo segue anche da sola. Aveva inventato lo stile del redattore iperattivo, stava sempre con la telecamera dietro.

Poi la politica, senza porte girevoli. Lo hai mai sentito cambiare idea?
Quando lui si è candidato ha fatto una scelta di vita, sapevo che non lo avrei visto tornare in Rai. Ha sposato i principi del cattolicesimo democratico e non ha mai cambiato idea. Ha sempre difeso l’identità – nata con Moro – del cattolicesimo democratico. La stessa radice del Presidente Sergio Mattarella.

E la stessa di Paolo Giuntella che poi fece il Quirinalista per il Tg, e morì anche lui prematuramente. Due vite intrecciate l’una con l’altra, la sua e quella di Sassoli.
Esattamente. Due giovani della sinistra Dc diventati insieme volti Rai. Giuntella morì a 60 anni, andò in onda fino all’ultimo, con un tumore. Lui e David erano legatissimi. Purtroppo legati fin nella cattiva sorte. Si sono riabbracciati adesso, si stanno abbracciando in cielo oggi.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.