Una manovra piccola piccola, che non ha niente dei fasti sventolati per conquistare il voto degli italiani. Solo una promessa è stata mantenuta: smantellare il reddito di cittadinanza. Uno smantellamento graduale ma drastico: nel 2024 non esisterà più e sarà sostituito da chissà che cosa. Protesta anche la Chiesa che sa bene come la povertà in Italia sia aumentata e come, se la crisi economica continuerà con questa tendenza, colpirà ancora di più chi ha di meno. Giorgia Meloni che tanto si era battuta per mandare a casa Draghi per il resto ha proposto agli italiani una manovra che ricalca quella del predecessore. C’erano pochi soldi, certo, molti dei quali – 21 sui 35 miliardi complessivi della legge di Bilancio – destinati al caro energia. Ma questo si sapeva anche prima, quando si era in piena campagna elettorale.

La presidente del Consiglio ci ha tenuto a dire che si tratta di una legge che ha un segno politico. Sì, è vero. Non nel senso di misure che porteranno il Paese fuori dalla crisi economica, ma di bandiere tutte identitarie come quelle che fanno perno sulle madri. È la famiglia tradizionale quella che Meloni sceglie di mettere al centro della sua prima legge di bilancio, quella stessa famiglia dove avviene il maggior numero di femminicidi e di violenze contro le donne. È per questo che nel video messaggio divulgato ieri in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne (il 25 novembre) la presidente del Consiglio elenca tutte situazioni del mondo dimenticando le donne italiane uccise da italianissimi uomini, nel 90 per cento dei casi.

Quando parla dell’Italia fa riferimento solo ai migranti e alla loro cultura, come se fosse un problema legato alle altre popolazioni. Se invece del video messaggio, avesse fatto una conferenza stampa, glielo avremmo potuto chiedere o far notare: presidente, li conosce i dati sui femminicidi nel nostro Paese? Lo sa che la maggior parte avviene in famiglia e da parte di mariti, ex, fidanzati, padri, fratelli italiani doc? O davvero pensa che sia un problema che riguarda gli immigrati e non il rapporto uomo-donna?

Ma ieri abbiamo capito che Meloni non ama tanto le domande, soprattutto se scomode. Forse imbarazzata nel presentare la manovrina ha litigato con i giornalisti accusati di essere stati in passato più assertivi e di essere poco coraggiosi. Il riferimento è al rapporto che la sala stampa aveva con Draghi. Ma non può essere la presidente del Consiglio a dare giudizi sullo stato dell’informazione: si chiama libertà d’espressione. Un principio che nessuno o nessuna può mettere in discussione. Lo scontro con i giornalisti appare ancora più assurdo se si pensa che finora – a parte poche eccezioni – Meloni gode di ottima stampa. Ieri sul Corriere si applaudiva al bagno di realtà che emerge dalla manovra: nessuno scostamento di bilancio, nessun volo pindarico.

Ma è proprio questo che preoccupa. Perché poi l’azione del governo si sposta sulle questioni ideologiche: come la caccia ai migranti, l’attacco ai diritti lgbtq, l‘esaltazione della famiglia tradizionale, le misure restrittive su occupazioni e manifestazioni. Lo si vede bene in questa legge di Bilancio. A volte non sarà direttamente la premier a colpire, ci penseranno i suoi. Come Lucio Malan, passato da Forza Italia a Fratelli d’Italia, che è venuto finalmente allo scoperto e ha detto no ai matrimoni gay perché sarebbero “un abominio”, portando a supporto della propria tesi la Bibbia. C’è da avere veramente paura.

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Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica