«Un’Europa dell’odio, dell’uno contro uno, del razzismo e della violenza, incapace di riconoscere le strumentalizzazioni politiche della Turchia nei confronti dell’Unione Europea sulla pelle di migliaia di donne e uomini disperati fuggiti da guerre, persecuzioni e miserie sta andando in scena in Grecia ed è già costata la vita a un bimbo morto annegato nel tentativo di sbarcare a Lesbo». Ad affermarlo è Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, la rete nazionale dei centri antiviolenza. «Pretendiamo il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali», prosegue Veltri. I valori sui quali abbiamo fondato la nostra convivenza civile sono quelli dell’accoglienza e del rispetto di tutte e tutti». «Tra le persone in arrivo dalla Turchia ci sono centinaia di donne sopravvissute a incredibili violenze e deprivazioni, centinaia di bambini e bambine privati dell’infanzia, centinaia di famiglie allo stremo», le fa eco Mariangela Zanni, consigliera D.i.Re per il Veneto.

«Facciamo appello alla calma – dice a Il Riformista Carlotta Sami, portavoce dell’UNHCR per il Sud Europa in Italia -: è necessario che le tensioni al confine fra Turchia e UE si allentino. Gli Stati hanno il diritto di controllare le proprie frontiere e di gestire i movimenti irregolari, ma allo stesso tempo devono astenersi dall’uso di una forza eccessiva o sproporzionata e mantenere sistemi per gestire le richieste di asilo in modo ordinato. È importante quindi che le autorità si astengano da qualsiasi misura che possa aumentare le sofferenze delle persone vulnerabili. Ci sono donne, bambini e famiglie che arrivano al confine in condizioni precarie. In collaborazione con i nostri partner locali e con le altre agenzie delle Nazioni Unite, stiamo fornendo assistenza umanitaria a chi ne ha più bisogno. Quello che sta succedendo al confine fra Turchia e Grecia è preoccupante, mentre è emergenza umanitaria ad Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove 950mila sfollati hanno urgente bisogno di aiuti». E in una nota ufficiale, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ricorda che «né la Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati, né le leggi dell’Ue rappresentano una base legale per sospendere le domande di asilo».