Sono sicuramente più di 4.470 le vittime, tenendo conto delle decine di persone uccise (almeno 54) lo scorso giovedì, quando un camion stracarico di migranti si è schiantato in Chiapas, Messico. I viaggi immigratori continuano a uccidere e, nonostante le continue richieste di azioni concrete per ridurre le morti, nel 2021 si registra un aumento rispetto al 2020 (quando erano 4.236). «Il COVID-19 ha comportato una diminuzione senza precedenti della mobilità umana, ma il Missing Migrants Project documenta ancora i decessi quasi ogni giorno», ha affermato Frank Laczko, direttore del Global Migration Data Analysis Center (GMDAC) dell’OIM, dove ha sede il progetto. Il numero di morti e sparizioni è aumentato su molte rotte migratorie in tutto il mondo nel 2021, anche in Europa e nelle Americhe.

Un numero ufficiale per ora è difficile da compilare poiché alcune zone del mondo sono complicate da documentare: ai confini bielorussi con l’Unione Europea, 21 morti nel 2021, anche se non sono disponibili dati ufficiali; nel Darien Gap, una remota regione della giungla tra Colombia e Panama, 42 vite perse, anche se gli oltre 125.000 attraversamenti irregolari di quest’anno significano che il vero bilancio delle vittime è probabilmente molto più alto; sulla traversata tra il Corno d’Africa e lo Yemen almeno 98 morti rispetto ai 40 registrati nel 2020, anche se i decessi su questa rotta sono estremamente difficili da documentare. Un numero certo però sono gli 81 giorni di protesta dei disperati accampati per le strade di Tripoli. Dopo il raid della polizia e dei militari libici a Gargaresh il 1 ottobre, migliaia di persone hanno deciso di spostarsi di fronte al Community Day Center (CDC) dell’Unhcr a Tripoli in cerca di protezione. Dal 2 ottobre sono accampati come un presepe della disperazione per le strade senza riparo, servizi igienici, acqua potabile, medicinali, prodotti sanitari per donne e bambini. In questi mesi per strada sono morte persone in mezzo all’indifferenza libica (più che prevedibile) e internazionale.

I migranti si sono organizzati, hanno aperto un sito internet (www.refugeesinlibya.org) e redatto un manifesto per provare ad essere ascoltati: «Veniamo dal Sud Sudan, Sierra Leone, Ciad, Uganda, Congo, Ruanda, Burundi, Somalia, Eritrea, Etiopia e Sudan. Stiamo fuggendo da guerre civili, persecuzioni, cambiamenti climatici e povertà tornando nei nostri paesi di origine. Siamo stati tutti spinti da circostanze al di là della sopportazione umana.- scrivono nel loro appello – Volevamo raggiungere l’Europa cercando una seconda possibilità per le nostre vite e quindi siamo arrivati in Libia. Qui siamo diventati la forza lavoro nascosta dell’economia libica: poniamo mattoni e costruiamo case libiche, ripariamo e laviamo auto libiche, coltiviamo e piantiamo frutta e verdura per i contadini libici e le mense libiche, montiamo satelliti su tetti alti per i libici schermi ecc». Dopo essere stati sfruttati, i migranti lamentano di avere subito «torture, stupri, estorsioni, detenzioni arbitrarie, ogni possibile e inimmaginabile violazione dei diritti umani».

Ora, scrivono «abbiamo capito che non avevamo altra scelta che iniziare ad organizzarci. Non possiamo continuare a tacere mentre nessuno difende noi e i nostri diritti». Chiedono «giustizia e uguaglianza tra rifugiati e richiedenti asilo registrati presso l’Unhcr in Libia», «l’abolizione dei finanziamenti alle guardie costiere libiche che hanno costantemente e forzatamente intercettato i profughi in fuga dall’inferno libico e li hanno portati in Libia dove tutte le atrocità accadono», giustizia per gli omicidi e invitano «la Libia a firmare e ratificare la costituzione della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati». Intorno, il silenzio. A proposito di Libia, vi ricordate i due stranieri che erano riusciti a convincere l’equipaggio del rimorchiatore Vos Thalassa a non puntare la prua verso Sud, dove sarebbero stati consegnati alla cosiddetta guardia costiera libica, per dirigersi invece in direzione di Trapani a luglio 2018? L’allora ministro Salvini li definì “dirottatori”, il ministro Toninelli parlò di “facinorosi”. Ora si è pronunciata la Cassazione assolvendoli perché hanno fatto «valere il diritto al non respingimento verso un Paese non sicuro» opponendosi «alla riconsegna alla Stato Libico». Tutto intorno, silenzio.

Milano, 26 giugno 1977 è un attore, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e politico italiano.