Ambrogio
Milano, la città dei coltelli in strada. Saletti: “I casi di minori sono aumentati del 10%”
Criminologo clinico e presidente dell’associazione Saman, Achille Saletti dà una lettura lucida della cronaca e dell’illusione che basti la repressione: il disagio dietro i coltelli è reale e, ammonisce, ma non si governa con la sola sanzione. La radice è un vuoto più largo, dalla famiglia, alla scuola, agli oratori. E una politica che dei ragazzi si occupa troppo tardi.
Mettiamo ordine nelle cifre: a Milano è un’emergenza in crescita o una percezione gonfiata dalla cronaca?
«A giudicare dai dati dell’attività penale presentati ogni anno dal Tribunale per i minorenni di Milano, l’aumento dei fascicoli a carico di minori è palpabile: circa un 9% in più rispetto all’anno precedente. Ma su quel dato vanno fatte due riflessioni. La prima riguarda il lessico: ci si ostina a chiamare “emergenza” ciò che da decenni è un fenomeno da governare, non da strombazzare con toni allarmistici. La seconda riguarda i dati stessi, che scontano una difficoltà di raccolta e quindi un uso distorto: è già accaduto, su scala nazionale, che cifre presentate come triplicate fossero poi rettificate al ribasso, dopo aver però alimentato mesi di allarme mediatico. Quel 9%, insomma, andrebbe decodificato anche con una lettura qualitativa, che è invece pressoché assente. Senza, la cronaca si nutre di numeri parziali. E servirebbe più attenzione a ciò che si scrive».
Esiste una traiettoria che porta dall’arma tenuta per sé al gruppo, o sono due forme distinte del disagio? E quanto pesano, in questo, la tecnologia e i social nella costruzione dell’identità di un ragazzo?
«Il gruppo è da sempre, in ogni epoca, il rifugio per eccellenza: un’esigenza vitale, non una devianza come alcuni vorrebbero rappresentarla. Trovo convincente la lettura di Recalcati sulla violenza, anche quella espressa con armi ad alto potenziale offensivo: riconduce tutto all’assenza di dialogo. Vi aggiungo il peso della tecnologia e il significato simbolico che un device ha per un adolescente rispetto alle generazioni precedenti. C’è poi la crisi della famiglia, avviata prima del Covid ma con esso precipitata: l’identità non si costruisce più con figure reali come il padre e la madre, ma con adulti distanti, idealizzati attraverso i social. Il conflitto intergenerazionale, sano per la crescita, per essere fecondo dovrebbe circuitare su un piano simbolico, dentro una relazione in cui il dialogo è centrale: cosa che spesso non avviene, per un insieme di povertà relazionali, culturali ed educative che indeboliscono i legami. Ne discende che anche le chiavi interpretative legate alla violenza sui social o nelle serie TV restano limitate, e spesso si riducono al riconoscimento della legge del più forte».
Un tempo si diventava adulti attraverso soglie riconosciute — il primo lavoro, il servizio militare, certi riti collettivi del quartiere. Oggi quelle soglie sono evaporate. C’entra?
«Sì, ma era un tempo che pare lontanissimo. La frammentazione del tessuto che teneva insieme un quartiere, l’individualismo, la paura di un futuro precario rendono la ricerca di un’identità un apprendistato irto di ansie e di fatiche. In parte è sempre stato così, ma oggi la precarietà domina il futuro. Una società la cui classe politica non si interroga sul destino dei propri figli produrrà solo più disuguaglianze e ingiustizia, e a pagarla saranno i meno garantiti. Il tema dei minori è ormai estromesso dall’agenda politica: ci torniamo solo quando “il giovane di turno” mette in atto condotte che creano allarme sociale. Semplicemente, non abbiamo alcuna curiosità nei loro confronti».
C’è una questione milanese? Una città che promette a tutti di “diventare qualcuno” produce anche i suoi esclusi?
«Non so se esista uno specifico milanese dentro una più ampia questione gio0vanile, che è crisi di tutte le agenzie educative: dalla famiglia alla scuola, fino ai luoghi dell’aggregazione informale come gli oratori. A Milano più che altrove c’è un tema di accesso allo sport, quasi tutto a pagamento e quindi inavvicinabile per le famiglie a basso reddito. È chiaro che i modelli individualistici di una società improntata al consumo e al successo — unico orizzonte entro il quale essere riconosciuti — non aiutano a costruire un’identità forte, e l’esclusione da ciò che conta la si assapora precocemente. Ma da sola non basta a indirizzare un ragazzo verso un destino o un altro: il vuoto è ben più esteso».
Le misure che la politica invoca — sorveglianza, sanzione, controllo — su quale idea di causa poggiano? E quali leve agiscono davvero, se la radice è la mancanza di riconoscimento e di legami?
«Credo che l’insegnamento di Michel Foucault sia stato dimenticato del tutto. Il Covid è stato lo spartiacque, un trauma nella vita degli adolescenti; ma ciò che sta accadendo il filosofo francese l’aveva previsto come rischio: da una parte la criminalizzazione, dall’altra la medicalizzazione. L’aumento delle carcerazioni di minori negli istituti penali soggiace alla carenza, più volte denunciata da neuropsichiatri infantili e giudici minorili, di strutture educative capaci di ricondurre l’adolescente deviante — o solo sofferente — dentro relazioni educative, e non punitive o medicalizzate. Pensare di rispondere alle paure e alla povertà relazionale ed educativa con la sola logica repressiva ci allontana da ciò che è insito in ogni accompagnamento: la rivisitazione del proprio agito, e quindi la possibilità di sottrarre il minore alla coazione a ripetere e, in definitiva, alla recidiva».
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