Quando ho chiesto al Direttore il permesso di intervenire sulla bruciante questione del processo ai maschi dopo l’articolo di Francesco Piccolo sul Corsera, ma ripreso da Angela Azzaro sul Riformista, ha detto di sì, ma credo che non fosse davvero contento e dunque lo ringrazio. Avendo ottantuno anni, sono un vecchio maschio. Non esistevano i maschi alfa e beta, intorno al 1970 quando il femminismo attecchì in Italia dopo essere già maturato negli Stati Uniti e in Francia. Noi allora, tutti noi maschi di sinistra ci avventammo famelici sulla necessità di dirci femministi in blocco, accompagnare le manifestazioni e le iniziative delle nostre compagne, figlie, sorelle, fidanzate e amiche con una volontà – allora – del tutto inadatta per portare qualsiasi utile contributo. Voluttuosamente ci dichiarammo colpevoli e basta.

Di femminicidi allora non si parlava. Non che non ci fossero: le donne cadevano sotto i colpi dei maschi (e anche dei parenti e della società organizzata in religioni e tradizioni tribali). Esattamente come oggi. Credo di essere stato fra i primi se non il primo a parlare di femminicidio quando dirigevo con Piero Ardenti il Giornale di Calabria nel 1975 ed ero sconvolto non solo dalla quantità di ragazze, donne adulte, madri e anche nonne neonate uccise, ma dall’indifferenza con cui queste notizie erano registrate: decapitata una donna a Locri, arsa viva una ragazza a Reggio, una notizia “breve” in cronaca locale. Detta così, suona razzista nei confronti dei calabresi. Era così in molte regioni e in una certa misura in tutte.

Io collezionai le notizie delle uccisioni di donne di un anno in Calabria e pubblicai un paginone intitolato “Mia cara donna, ti ammazzo”. Alle fine di quell’anno, il 1975, Eugenio Scalfari mi chiamò nella nascitura Repubblica che andò in edicola il 16 gennaio del 1976 e mi chiese di riscrivere quell’articolo che pubblicò con lo stesso titolo: “Mia cara donna, ti ammazzo”. Ci vuole pochissimo per rendersi conto che in tutte le cronache di tutte le società del mondo lo sterminio delle donne, la loro sottomissione violenta o per costrizione da addestramento, è una costante della vita dell’homo sapiens sapiens, cui però la donna sapiens non è stata associata, almeno in prima battuta. Le donne sono tuttora macellate ritualmente e costantemente in tutti i Paesi che rifiutano la Carta dei diritti dell’Uomo, ma lo fanno in un regime di sostanziale impunità.

Quando la regina Vittoria compì il suo storico viaggio in Australia, un potente monarca indigeno le venne incontro muovendo dal massiccio centrale portando con sé oltre ad altre bestie, un certo numero di mogli, alcune delle quali in caso di necessità potevano essere usate come cibo. Gli antropologi registrarono la cosa come curiosità. La donna è stata tutto quel che sappiamo: non soltanto moglie madre amante serva puttana badante consolatrice e cuoca, ma fondamentalmente una macchina da produzione e riproduzione: un grappolo di uova con sopra un cervello di cui non era del tutto chiara l’utilità e una porta Usb per l’inserimento di codici genetici ingravidanti. L’infibulazione di cui nessuno parla seriamente è un atto di vigilanza armata e mutilante esercitata in genere da donne matriarche sulle giovani. L’idea ricorrente di processare i maschi la trovo ritualistica.

Processare chi e perché? Non è chiaro. Quel che è chiaro è che la mostruosità di una situazione che dura da sempre e che ancora si protrae, va stroncata. Pensare di stroncarla chiamando i maschi sul banco degli accusati per celebrare un processo ideologico è – a mio non incompetente parere – una sciocchezza perché il maschio di sinistra è particolarmente felice di mettersi alla gogna e confessare ogni delitto. Non serve a niente. Ricordo che nei primi Settanta un gruppo di madri femministe della scuola Montessori di via Santa Maria Goretti che era la scuola pilota per le nuove costruzioni identitarie, pensò di sradicare l’aggressività dei figli maschi imponendo loro un abbigliamento unisex, un comportamento desessualizzato e fortemente colpevolizzato, sicché giravano questi ragazzini in salopette decorate con ricami e che diventarono adolescenti e poi uomini (ne conosco parecchi oggi uomini adulti) – con una forte componente di rancore che ha generato spesso altra violenza perché probabilmente sia la domanda che la risposta erano sbagliate. Sarebbe stato necessario, allora come oggi, uno sforzo culturale che finora non si è visto, non per denunciare e bollare – ma per capire e smontare. Si tratta di un processo di sminamento molto delicato al quale processi e autocoscienze ipocrite aggiungono pochissimo vantaggio pratico, anzi nessuno.

Purtroppo sta passando anche da noi l’ideologia straripante negli Stati Uniti, già prolifica nel Regno Unito e in Francia ma ancora poco rigogliosa da noi, secondo cui ognuno deve cercare di collocarsi in una posizione di minoranza oppressa che reclama vecchi conti secolari. Non è possibile chiedere a un ragazzino di quindici anni di pagare il suo pedaggio ereditario per ciò che fecero i suoi avi, o forse subirono, non si può mai sapere. E neppure le ragazze di quindici e venti anni di oggi chiedono questo. Tuttavia, le donne seguitano a morire e seguita a prosperare un male che sarebbe meno oscuro se qualcuno si prendesse la briga di illuminarlo, capirlo, introdurre il codice antivirus. Sui social stanno avvenendo effetti moltiplicatori esponenziali della vittimizzazione delle ragazze, per puri automatismi elettronici e nessuno fa nulla per fermare questa strage sottostante le stragi fisiche. Miliardi di ragazze di tutto il mondo, in questo momento sono sottoposte a un processo di schiavizzazione di massa attraverso le foto imposte e i suicidi e le umiliazioni cui anche i maschi pagano un tributo di sangue e la pratica dell’omicidio sia in allegato che in sangue e carne, si sta facendo strage e mattatoio.

Certo, la sinistra festeggia la propria condiscendenza verso l’auto da fè, perché l’autoaccusa e il piccolo gruppo di autocoscienza permettono la massima nutrizione del narcisismo e i maschi – questo sì, concediamolo – sono narcisisti nati e cresciuti, raramente svezzati. Consiglio a tutti come gesto non penitenziale, di riascoltare su You Tube “Il potere dei più buoni” di Giorgio Gaber, per una doccia acida preventiva contro tutti i residui e le vecchie incrostazioni. Quando il femminismo italiano sbocciò e fiorì negli anni Settanta, sembrava che il mondo fosse cambiato o fosse sul punto. Ma furono soltanto parole e poi l’oblio. Sarebbe utile non mancare di nuovo l’occasione e per dare il cattivo esempio mi dichiaro intanto colpevole, tanto, che cosa costa? Molto, credetemi. Costa molto perché nutre la fame di finta espiazione e aggira il problema, anzi la cancrena. La quale gode – come malattia – di eccellente salute.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.