Giorni sciroccati e rancorosi. Tanta miseria umana. Sprazzi di coraggio e nobiltà, che è merce rara. Momenti di pietà sull’effimero che pur ha colmato i cuori. E protagonisti della scena pubblica che rimarranno indelebili, nel bene e nel male.

Nicola Morra. Professore di filosofia, miracolato, forse politico, di sicuro inutile Presidente di un’inutile Commissione antimafia. È riuscito nell’impresa non da poco di offendere in un colpo solo la governatrice Santelli per la disgrazia d’essersi consumata i giorni, i calabresi a suo dire colpevoli di averla votata pur sapendola in cattiva salute, i malati oncologici per il fatto di esserlo, malati oncologici. La toppa che ha poi provato a mettere è stata peggio del buco. Un infelice. Ma questo è. In tempi di alluvione viene a galla di tutto, c’è solo da sperare che passi presto la piena. E che non attecchiscano più i frutti guasti di una democrazia dove, ahinoi, è inevitabile che uno debba valere uno. È recidivo, Morra. Ha tanti inciampi imperdonabili, come quando associò il Rosario in mano a un altro prode, Salvini, all’idea che fosse un modo per mandare messaggi alla ’ndrangheta.

Abbiamo riso allora. Avremmo dovuto piangere. Ebbene, a Morra toccherà di restare nella memoria, non sarà la meteora di una stagione fallace, la scintilla che sfugge alla brace e si spegne subito per aria – è quello che capita ai più in politica, agli scaldapoltrone, ai personaggi senza infamia e senza lode. Lui rimarrà, perché si è porto nudo nelle sue perle d’umanità e di pensiero illuminato. A modo suo, un fuoriclasse. Al quale estendere le parole, poesia nella semplicità, di Victor Hugo Morales “Gracias Dios, por el futbol, por Maradona, por estas lagrimas”, naturalmente sostituendo politica a futbol e il nome e lasciando estas lagrimas, che sono le nostre, in sua prece.

Corrado Augias. Giornalista, forse scrittore. Ha coniato, lui ignaro – perché, a non esserlo, sarebbe gravissimo – dichiarazioni lombrosiane, di familismo criminale, che attingono alla genetica, alla predisposizione di un popolo a delinquere. Il dotto scrive su Repubblica: “La Calabria però non è una terra normale, è una regione dove la criminalità coincide spesso con la restante società e anche con le istituzioni”. E rincara a Quante Storie su Raitre, a riprova che il muso dolce aperto al sorriso è più falso dei soldi spicci coniati dai falsari, è facciata, maschera, che i capelli bianchi spesso non denotano automatismo con la saggezza, con la lucida ponderatezza da attendersi da un giornalista di lungo corso. Riguardo la sanità in Calabria, propina alla nazione che, se non sono riusciti a sanarla i commissari in undici anni, non ci potrà riuscire nessuno, ecco spiegati i rifiuti dell’incarico – è di ieri che un Prefetto ha detto sì, non sappiamo se è il figlio del falegname, il calabrese che si è coperto di gloria fuori, sappiamo però che si definisce “sbirro alla vecchia maniera”, a conferma delle teorie lombrosiane che a delinquenti atavici debba corrispondere il pugno duro della repressione.

Augias è giunto all’assurdo di scaricare sui calabresi la responsabilità dell’inefficienza dei commissari, pagati lautamente per risolvere il problema, senza che ci siano riusciti, aggiungendo anzi guasti e debiti. Le vittime trasformate in carnefici, insomma. Ma poi, io dico: una popolazione di ’ndranghetisti dovrebbe essere contenuta nei suoi confini, per la sicurezza del resto della nazione. Forza, allora, fate della Calabria una colonia penale, sbarrate i confini con matasse di filo spinato e cavalli di Frisia, magari anche con un fossato profondo e dalle acque infestate dai coccodrilli. Il regime lo abbiamo già. Ma evidentemente non basta.
Beh, questi sono i pupi.

Tuttavia, qualcosa si muove se, nel Parlamento, Roberto Giachetti ha cominciato a scoperchiare gli altarini. Ha picchiato duro sul mancato rispetto della Costituzione, che all’articolo 27 parla di non colpevolezza fino all’ultimo grado di giudizio – e invece già basta un avviso di garanzia per ritrovarsi alla gogna e sulla croce. Ha denunciato la mala-giustizia, di pochi, ma incidenti perché microfonati, alla perenne ricerca di ribalta, prezzemolo di ogni minestra e dispensatori del pensiero unico sull’intero scibile umano. E ha rimarcato l’innocenza maltrattata in percentuali catastrofiche. Grazie, Giachetti. Attendiamo altri con il tuo coraggio.

Chi ha orecchie per intendere, intenda. E faccia scendere dal piedistallo gli idoli di cartapesta, i personaggi tesi solo alla carriera, e alla vanità dell’esibizione, a qualsiasi costo, in qualsiasi modo, a scapito di chiunque. E, con loro, certi strilloni che presumono d’essere giornalisti, mentre spazzano con la lingua il suolo dove i nostri eroi poggeranno i piedi.