Alla fine il nome impronunciabile, “Gratteri”, è saltato fuori, pur se sulla bocca di un insospettabile, Guido Bertolaso, uomo delle emergenze, come del resto Gino Strada, che si accinge a traslocare in Calabria con il suo bagaglio di tende tendoni e ospedali da campo. L’uomo della ricostruzione dell’Aquila indica Nicola Gratteri come l’uomo giusto a restaurare l’amministrazione della sanità in Calabria dove, dice, ci sono eccellenze nel campo medico e infermieristico, ma quel che manca è quel quid in più per farle funzionare.

Discorso ineccepibile, che crolla nella soluzione finale. Non perché Gratteri non abbia capacità, anzi. Il procuratore di Catanzaro è decisamente un uomo del fare, semmai è uno che ha sbagliato mestiere, non è proprio portato per la magistratura, starebbe meglio in una caserma o in una palestra. Ma gli piace invece tantissimo portare la toga, alla maniera sua, un po’ poliziotto un po’ eroe. Non la lascerebbe mai per andare a fare il commissario regionale alle dipendenze del governo e a prendere ordini da un ministro, ruolo che a lui fu negato. Ma il problema del discorso di Bertolaso è un altro, è la ripetizione all’infinito del fatto che per la Regione più povera e più orgogliosa d’Italia ci voglia sempre qualcosa di emergenziale. Come se si fosse sempre in guerra o dopo un terremoto tremendo come quello di Reggio e Messina del 1908 o in presenza di una delle tante alluvioni che hanno distrutto bellissimi paesi di montagna portando detriti fino al mare. L’interprete perfetto di questa cultura è Gino Strada, che per super-ego non è certo secondo a Gratteri, e che non conosce la normalità del lavorare e del soccorrere. Impossibile per lui l’ipotesi di affiancarsi (o essere affiancato, avrebbe ritenuto lui) a un democristiano burocrate e professore come Eugenio Gaudio. Il quale lo ha ricambiato della stessa moneta, sottraendosi alla possibilità di lavorare al fianco di un estremista un po’ arrogante.

Mentre il governo dei pasticcioni (e sia chiaro che il termine non è affettuoso né comprensivo) si arrabatta, dopo tre fallimenti e inutili tardive scuse e pentimenti del premier Conte, a studiare curricula ma anche certificati penali e carichi pendenti di nuovi candidati, il vero leader di Sila e Aspromonte, il procuratore Gratteri, sembra essere l’unico ad avere le idee chiare. Parla come se la decisione spettasse a lui. Mentre compie il suo tour promozionale per il ventesimo libro sulla ‘ndrangheta, ha cominciato, ospite da Gruber martedì sera, a delineare il profilo del candidato perfetto, sussurrando (ascolti, caro Conte) di aver in testa il nome. Da bravo comunicatore non lo fa, ma spiega che è un calabrese “salito” al nord, dove si è fatto valere in ruoli importanti. E ha aggiunto, nella giornata di ieri, che l’assenza di un commissario in Calabria, è “un problema politico”. Lo ha detto pubblicamente, nel corso della cerimonia di insediamento di undici nuovi giudici e quattro pm nel capoluogo calabrese. Ci riflette e ne parla. Marca la propria presenza. In senso lato, politica.

Il suo mostrarsi come tuttofare nella terra dove è nato e cresciuto e dove ha voluto tornare dopo ogni assenza, finisce con l’essere uno dei limiti della possibilità di sviluppo della Calabria. È uno dei tanti ingombri che ributtano i cittadini nella tradizionale rassegnazione da cui cercano disperatamente di sollevarsi. Sono gli occhiali che vedono solo delinquenza e mafia. E quindi emergenza e necessità di trovare un uomo del destino che impugni le armi (e le manette) e metta questa terra a ferro e fuoco per risolvere problemi che sono sociali e di buona amministrazione. Non è un caso che due diversi governi abbiano sponsorizzato il commissario-carabiniere. E che lui, il generale Cotticelli, abbia ricordato con orgoglio di essere andato a omaggiare Gratteri non appena messo piede sul suolo calabro.

Emergenza, emergenza! gridano in coro tutti quelli che sfornano nomi uno dopo l’altro. È chiaro che il quarto scivolone (più il mezzo, con l’indicazione grillina di Strada, recuperato in corner con un altro ruolo) sia da evitare. Così qualcuno sta tirando fuori dal cilindro una persona di sicuro valore, smagliante sorriso e brillante curriculum, ma il cui nome ricorda un’altra Emergenza, quella da scrivere con la maiuscola, “Tangentopoli” e “Mani Pulite”. L’ex colonnello della guardia di finanza Federico Maurizio D’Andrea, oggi sessantenne manager di successo, che affiancava il procuratore Borrelli e soprattutto Gherardo Colombo nella fotografie che glorificavano i loro “successi”. Di emergenza in emergenza, da procuratore a procuratore. Ripetiamolo ancora: povera Calabria.