Sabato scorso da Brindisi era arrivato a Benevento. E qui, nella casa circondariale Capodimonte, aveva detto di trovarsi particolarmente bene al punto di voler chiedere il trasferimento in via definitiva. Martedì sera, però, è stato trovato impiccato nella cella che condivideva con un altro detenuto. Protagonista della vicenda è Salvatore Luongo, 22enne originario di Melito: è lui la nona persona a essersi tolta la vita in una prigione della Campania dall’inizio dell’anno a oggi. Ma per i familiari del giovane, che stava scontando una pena per piccoli reati, non si tratta di suicidio: «Salvatore stava benissimo – riferisce una zia – È stato sicuramente ucciso, bisogna far luce sulle sue ultime ore».

Stando al racconto dei parenti, Luongo era arrivato a Benevento per presenziare ad alcune udienze. Nel penitenziario sannita il 22enne era apparso su di morale. Anche la sua compagna aveva avuto questa sensazione nel corso della telefonata ricevuta alle 15 di martedì: «Quando si sono sentiti – racconta Rubina Vincolo, zia di Salvatore – mio nipote diceva di essere contento di trovarsi a Benevento. Era sicuramente positivo e ottimista». Otto ore più tardi, alle 23, dal carcere sannita è però arrivata la notizia della morte di Luongo. «Ci hanno detto che si era impiccato – continua la zia – Che cosa è successo tra il pomeriggio e la sera? Vogliamo la verità sulla morte di Salvatore». Sono diversi gli elementi che inducono i familiari di Luongo a escludere l’ipotesi del suicidio. Al giovane, detenuto dal 2016 per piccoli reati, restavano da scontare pochi mesi di reclusione. A Benevento si era trovato subito a proprio agio. Ad agitarlo, però, sarebbe stato il compagno di cella che, secondo quanto riferito dallo stesso Salvatore ad alcuni parenti, lo avrebbe guardato «in malo modo».

Sulla morte del 22enne di Melito è stata aperta un’inchiesta e oggi i medici legali dell’ospedale San Giuliano di Giugliano sottoporranno la salma ad autopsia. Dall’esame potrebbero emergere indizi fondamentali per ricostruire gli ultimi istanti di vita di Luongo e la dinamica della sua morte. Se anche si trattasse di suicidio, il fatto sarebbe grave. Il motivo? Il gesto estremo di Luongo è il nono in Campania e il 47esimo in tutta Italia dall’inizio dell’anno a oggi. Segno che i reclusi nelle prigioni nazionali vivono troppo spesso momenti di difficoltà psicologica legati non solo al loro passato, ma anche alle disumane condizioni detentive: spazi esigui, sovraffollamento, igiene approssimativa, attività rieducative insufficienti e ridotti contatti con i familiari spingono chi si trova dietro le sbarre a compiere gesti estremi.

«Non conosciamo il cortocircuito che determina certe tragedie – commentano Samuele Ciambriello e Pietro Ioia, rispettivamente garante campano e napoletano dei detenuti – Certo è che il carcere è stato rimosso dal dibattito pubblico e ridotto a discarica sociale. E anche per questo chiediamo che venga fatta luce sulla morte di Luongo». Come si può rimediare? «Servono più figure sociali, più attività trattamentali, più occasioni di lavoro – concludono Ciambriello e Ioia – Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria può custodire e accudire i detenuti, ma per questi ultimi non c’è possibilità di rieducazione e di reinserimento sociale se mancano azioni positive da parte del territorio e degli enti locali».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.