Il prossimo anno, in Campania, mancheranno all’appello 6.500 insegnanti di sostegno. In media, con differenze nei diversi ordini di scuola, alle elementari un alunno disabile ha un insegnante di sostegno per un massimo di 22 ore (su 30 o più di frequenza), alle medie per un massimo per 18 ore. E il resto del tempo? È il tempo durante il quale un bimbo con bisogni educativi speciali si ritrova solo a rincorrere nozioni che per lui sono difficili da comprendere se non c’è qualcuno a filtrarle e a spiegargliele.

E se i genitori di un piccolo disabile non accettano l’inaccettabile e pretendono che il figlio abbia accanto l’insegnante di sostegno per l’intera giornata scolastica? «L’unica soluzione a disposizione delle famiglie è ricorrere al Tar – spiega Toni Nocchetti, presidente dell’associazione Tutti a scuola – Questo rappresenta ovviamente un costo di avvocati che spesso le famiglie non riescono a sostenere. In seguito alla sentenza 80 della Corte Costituzionale, datata febbraio 2010, come associazione abbiamo contribuito a determinare la vincita di tutti i ricorsi al Tar e, a riprova di questo, oltre 30mila famiglie in tutta Italia hanno ottenuto le ore di sostegno pari alla frequenza scolastica in questi anni». Il diritto allo studio, uno dei diritti fondamentali e inalienabili della persona, si perde tra le scartoffie di una burocrazia asfissiante e insensibile.

La Campania ha una spesa sociale comunale pro capite per la disabilità pari a 866 euro l’anno, mentre la media italiana è pari a circa 2.854 euro. Bolzano, invece, ne spende circa 15mila, mentre la Calabria è in fondo alla lista con una spesa di 374 euro. Numeri che riflettono perfettamente la situazione regionale in fatto di scuola e disabilità. Si investe poco, mancano gli insegnanti di sostegno e, quando ci sono, non sempre sono adatti alla funzione che sono chiamati a svolgere. Il 92 per cento degli alunni disabili ha un ritardo mentale, talvolta associato ad altre patologie, l’1,5 per cento è non vedente, il due per cento sordo e il cinque per cento ha una disabilità motoria. «Ma un insegnante di sostegno su quattro non è specializzato e cambia ogni anno scuola e alunni – fa sapere Nocchetti – Nelle scuole della Campania, a causa delle risorse limitate degli enti locali, le figure spesso essenziali degli assistenti alla comunicazione sono pressoché assenti. I limiti della nostra scuola sono rappresentati dalle carenze di organico e di personale specializzato. In pratica è come se noi avessimo un problema cardiaco e fossimo assistiti da un dermatologo».

Non solo, gli insegnanti di sostegno cambiano scuola ogni anno, interrompendo il legame creato con l’alunno che dovrà ricominciare tutto daccapo e si può solo immaginare quali danni comportino i continui cambiamenti. «Questo significa che la scuola dell’inclusione deve essere qualificata da professionisti che, in continuità didattica per il ciclo di studi interessato, possano diventare per l’alunno un riferimento pedagogico ed emotivo indispensabile – dice Nocchetti – L’alto numero di insegnanti non qualificati e precari costringe un alunno disabile su tre a cambiare insegnante di sostegno ogni anno. Per comprendere il senso di questo disagio basti pensare a quanto i genitori degli alunni normodotati si agiterebbero se ogni anno, per esempio durante la scuola primaria, il loro insegnante cambiasse».

Bisogna assumere gli insegnanti che mancano senza se e senza ma, tra quelli specializzati e soprattutto «bisognerebbe iniziare a pensare alla scola dell’inclusione come una risorsa e non come un peso, un fardello economico per la collettività», conclude Nocchetti. La scuola, ma soprattutto la scuola per coloro che fanno più fatica, richiede cura, attenzione e fantasia: è un modello pedagogico che avvantaggia soprattutto gli alunni cosiddetti “normali”, educandoli a valori che crediamo scomparsi. come la tolleranza e l’accoglienza.