In Italia, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne è pari al 56,5%: siamo ultimi in Europa. I dati sull’occupazione femminile del Paese riflettono una sistematica (oltre che sistemica) violazione di un diritto umano universale – la parità di genere – e scoperchiano un vero e proprio vaso di Pandora: donne schiacciate ai margini del mercato del lavoro, spesso costrette ad accettare contratti part time e a lavorare in contesti precari. Secondo la Banca d’Italia, se l’occupazione femminile raggiungesse il 60%, il Pil crescerebbe di 7 punti percentuali.
Sul banco degli “imputati”, da un lato, l’assenza di servizi adeguati alle famiglie che sempre meno scelgono di avere il secondo e il terzo figlio; dall’altro, una classe politica disinteressata a raccogliere i bisogni di un segmento di elettorato sempre più piccolo, i genitori di bambini piccoli.

Solo di recente il tema della natalità e di un sostegno alle famiglie è entrato nel dibattito pubblico: tanto che, presentando il piano di ripartizione dei fondi del Pnrr dedicati alla scuola – circa 5,2 miliardi destinati a Regioni ed Enti Locali tramite appositi Bandi-Avvisi – il ministro dell’Istruzione Bianchi si è sentito di dire: «Di fronte al tema rilevante della caduta demografica bisogna intervenire per liberare il tempo delle donne, mettere i maschi di fronte alle loro responsabilità. Garantire un maggiore accesso agli asili nido e alle scuole dell’infanzia significa affrontare il tema della denatalità». Apprezzabile il collegamento. Ma non si comprende la ragione per cui il tempo da liberare sia solo quello femminile né perché gli uomini appaiano al ministro Bianchi recalcitranti rispetto agli impegni di cura e di assistenza dei figli, tanto da dover essere “messi di fronte alle loro responsabilità”. Basterebbe riformare la disciplina dei congedi genitoriali così che le aziende non preferiscano sempre assumere uomini, a parità di competenze: secondo i dati Inps, 1 donna su 5 lascia il proprio lavoro entro due anni dalla maternità.

Nel frattempo le cifre del piano-scuola presentato appaiono consistenti e ambiziose. Dei 3 miliardi a disposizione per la costruzione o la messa in sicurezza degli edifici, 2,4 andranno agli asili nido e 600 milioni alle scuole dell’infanzia. Di queste risorse, il 55% sarà destinato ai nidi meridionali e il 40% alle scuole dell’infanzia. 800 milioni andranno alla costruzione di 195 nuove scuole, di cui il 40% al Mezzogiorno; 710 milioni per la messa in sicurezza e la riqualificazione degli edifici scolastici di cui 284 al Sud. 400 i milioni per costruire nuove mense (il 57% a Sud) e 300 per nuove palestre (54% meridionali).

Ho scritto “Opus Gay", un saggio inchiesta su omofobia e morale sessuale cattolica, ho fondato GnamGlam, progetto sull'agroalimentare. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Lavoro a +Europa.