Sembra che per gli asintomatici o paucisintomatici che hanno contratto il Covid la malattia inizi dopo essersi negativizzati. Si chiama long Covid e i suoi effetti sembrano comparire anche 60 giorni dopo la guarigione. Nausea, mal di schiena, stanchezza e insonnia sono solo alcuni degli effetti che si manifestano più frequentemente. Non si tratta di malattie immaginare ma di veri e propri sintomi che si palesano dopo il Covid.

Lo testimonia un recente studio condotto all’Università della California, disponibile in pre-print e non ancora sottoposto a revisione paritaria, che sta cercando di spiegare questo fenomeno. Dall’analisi dei registri dello Stato americano su 1.407 persone che erano risultate positive al coronavirus emerge come a più di 60 giorni dall’infezione il 27%, ovvero 382 persone, abbiano affrontato sintomi post-Covid come mancanza di respiro, dolore toracico, tosse o dolore addominale. Di tali soggetti, quasi un terzo era stato asintomatico per almeno i primi 10 giorni seguenti al contagio.

Tra i sintomi di lunga durata riscontrati con più frequenza dallo studio dell’Università della California: mal di schiena, fatica, insonnia, problemi gastrointestinali, tachicardia, mal di testa. A essere colpite sono fasce della popolazione altamente eterogenee e di ogni età, compresi pazienti pediatrici. “Dei 34 bambini presi in esame dallo studio, 11 sono risultati long-haulers (definizione anglosassone usata per indicare i “malati a lungo termine”, ndr)”, ha detto al New York Times Melissa Pinto, professoressa associata di infermieristica presso l’Università della California tra gli autori della ricerca.

Fenomeni collegati al Covid come la stanchezza cronica, dolori muscolari, difficoltà di concentrazione e problemi di memoria sono riconosciuti e studiati in persone che hanno contratto il Covid anche in forma lieve, non solo in quelle in cui la malattia si è manifestata in forma violenta. Lo studio californiano porta alla luce una novità: anche gli asintomatici possono soffrire gli strani effetti anche molto tempo dopo.

“Dal punto di vista virologico, questo potrebbe essere spiegato col fatto che la carica virale di tali soggetti è equiparabile a quella di chi i sintomi li ha avuti. In altre parole, SARS-Cov2 può persistere anche nell’organismo dell’asintomatico, continuando a fare il suo lavoro: ciò che conta non è il sintomo, ma come il virus si comporta”, ha spiegato all’HuffPost il virologo Francesco Broccolo dell’Università Milano-Bicocca.

“Dal punto di vista virologico, questo potrebbe essere spiegato col fatto che la carica virale di tali soggetti è equiparabile a quella di chi i sintomi li ha avuti. In altre parole, SARS-Cov2 può persistere anche nell’organismo dell’asintomatico, continuando a fare il suo lavoro: ciò che conta non è il sintomo, ma come il virus si comporta”.

Broccolo sottolinea che “il virus riesce a replicarsi bene anche negli asintomatici e può dar luogo ad un’alta carica virale, in presenza della quale l’infezione si prolunga e il paziente può impiegare molte settimane a negativizzarsi. In alcuni casi, l’alta carica virale può portare anche a nuove positivizzazioni dopo l’esito di un tampone negativo: questo non si verifica a causa di una nuova infezione, ma per la persistenza del virus che ancora si sta replicando, seppure a bassi livelli. Si tratta di livelli soglia che non sempre vengono rilevati dalla sensibilità del tampone, dando vita a potenziali risultati altalenanti”.

“Per questo, – dice il virologo -, ci sarebbe anche da domandarsi e da indagare se i pazienti che lamentano sintomi a distanza di settimane dall’infezione sono realmente negativizzati o se l’infezione sta continuando a lavorare sottotraccia nel loro organismo”.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.