I detenuti sottoposti al regime del 41bis, il cosiddetto carcere duro, non potranno più ricevere riviste per adulti. E’ la decisione della Corte di Cassazione che ha ribaltato la sentenza presentata al Tribunale di sorveglianza da un esponente di spicco della ‘ndrangheta calabrese e detenuto nel carcere romano di Rebibbia.

La vicenda giudiziaria ha avuto inizio nel 2020 quando il detenuto, con una condanna all’ergastolo e già dieci anni di detenzione alle spalle, si è ribellato contro il diniego della direzione del penitenziario romano di far recapitare ai carcerati rotocalchi per adulti. I vertici della casa circondariale temevano infatti che l’utilizzo di riviste pornografiche fosse uno strumento adatto a tramsettere messaggi criptati ai detenuti, ossia i ‘pizzini’ contenenti informazioni sul business di stampo criminale ancora attivo fuori dalle mura del carcere.

Il boss calabrese ha deciso per questo di far ricorso al Tribunale di sorveglianza di Roma, ottenendo una sentenza favorevole motivata dalla possibilità di “migliorare la propria vita sessuale”. Secondo i giudici, infatti, bisogna sempre tutelare il “diritto del detenuto alla sessualità“.

I legali dell’esponente di spicco della ‘ndrangheta hanno accontentato le richieste del loro assistito presentando ai giudici la possibilità di lasciare a disposizione del loro cliente solo le immagini e di eliminare invece tutte le parti scritte. Il Tribunale di sorveglianza, a quel punto, ha acconsentito alla sottoscrizione di un abbonamento a una rivista pornografica a spese dell’interessato, consegnata solo dopo controlli rigorosi.

Ma i dirigenti del carcere di Rebibbia hanno respinto la sentenza del Tribunale di sorveglianza e si sono rivolti alla Corte di Cassazione.

Per i magistrati della Suprema Corte, “l’autoerotismo esula da tale problematica“. O meglio: “Esso non è impedito dallo stato detentivo“, e quindi negare al carcerato di avere riviste pornografiche non lede alcun suo diritto fondamentale. Specialmente se si tratta di detenuti sottoposti al regime di carcere duro. I giudice della Cassazione ritengono che ci sono motivi di sicurezza pubblica, che suggeriscono una maggiore prudenza.