Facciamo pure finta che esista un’emergenza “no vax”, e cioè che l’azione pubblica per il contrasto dell’epidemia sia esposta a una contestazione che ne pregiudica la compiutezza. Non è vero, ma fingiamo che sia così. Sarebbe un buon motivo per fare ciò che stiamo facendo, e cioè elevare a rango di illecito quella propaganda anti-vaccinale? Fino a prova contraria, esprimere idee non sorrette da motivazioni ragionevoli, e persino pericolose, costituisce un diritto, mentre qui stiamo lasciando che si accrediti il principio per cui lo Stato saggio che lavora per il bene comune ha il dovere di perseguitare il portatore del convincimento malsano.

Varrebbe la pena di intendersi: uno ha tutto il diritto di coltivare l’idea che i vaccini fanno male, e ha tutto il diritto di fare propaganda di questa sua idea, e l’ordinamento democratico ha l’onere di consentirglielo anche se c’è il pericolo che la divulgazione di quell’idea possa orientare la scelta altrui. Dovrebbe essere, come si dice, “l’abc”, e invece oggi pare stralunato ricordare che il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, e di farne propaganda, non dipende dal giudizio di Stato o di maggioranza sulla bontà, sulla fondatezza, sulla moralità delle convinzioni individuali.

Che poi il potere pubblico organizzi, possibilmente in modo corretto e senza menzogne di Stato (ce li ricordiamo, i verbali secretati?), una propaganda di segno contrario, tesa a spiegare e documentare le ragioni per cui si raccomandano, o persino si impongono, comportamenti ritenuti virtuosi, è tutto un altro paio di maniche. Ma se quest’offensiva comunicazionale si perverte nella repressione dell’eresia anti-vaccinale, allora no, allora non è più la condotta dello Stato laico che persegue il proprio fine nel rispetto del diritto, ma quella inquisitoria del sistema autoritario che a fin di bene accantona il diritto. Pare che non sia così chiara, la differenza.