Per capire cosa c’era dietro la nomina di Michele Prestipino a procuratore capo di Roma – revocata ora dal Tar – la prima persona da sentire è Luca Palamara. Il quale risponde alla domanda con una nuova domanda, molto inquietante. “Sono sicuro che dopo l’odierno pronunciamento del Tar, il dott. Davigo vorrà chiarire ai magistrati italiani, e a tutti i cittadini, le ragioni per cui, dopo aver votato Viola, decise di cambiare il suo voto a favore del dott. Prestipino, dopo i noti fatti che hanno riguardato la mia persona. Mi chiedo ancora oggi se fu una sua autonoma scelta”.

Cosa intende dire Palamara? Una cosa molto grave, evidentemente. E cioè avanza il sospetto che Piercamillo Davigo abbia votato per Prestipino Procuratore di Roma non per propria scelta ma per ordine di qualcuno più potente di lui. Chi? Probabilmente non lo sapremo mai. Ammenochè Piercamillo Davigo non decida di spezzare il cerchio e di parlare. Non è probabile. Quello che è sicuro è che la decisione del Tar di destituire Michele Prestipino – esponente di ferro del gruppo Pignatone – dall’incarico di Procuratore di Roma scatena un vero e proprio terremoto dentro la magistratura. Dopo il deflagrare di “magistratopoli” questo è il primo atto che mette in discussione il “sistema”, come l’ha chiamato Palamara (o la Cupola, come hanno detto altri magistrati) che fino a ieri – si spera fino a ieri… – ha dominato e governato la magistratura al di fuori di tutte le regole e della legalità repubblicana. La decisione del Tar apre una guerra tra le correnti che, almeno in teoria, potrebbe portare a un risultato salutare: il reciproco annientamento delle correnti e il ritorno alla legalità. Vediamo prima di tutto come sono andate le cose, poi cerchiamo di capire cosa potrà succedere adesso.

Quando Giuseppe Pignatone – uno dei magistrati più potenti di tutta la storia della repubblica – andò in pensione, alle fine del 2018, si aprì la battaglia per la successione. Potete star ben sicuri che non fu una battaglia di idee e neppure una battaglia professionale. Fu una feroce battaglia di correnti. Pignatone, ovviamente, voleva fare in modo che la sua ombra continuasse a dominare sulla Procura romana. E la sua ombra è sempre stato Michele Prestipino. Che è un ottimo magistrato, credo anche un’ottima persona – serio, lavoratore, onestissimo, colto – con due soli – ma gravi – difetti: la sua subalternità all’ideologia e la sua subalternità a Pignatone. Non sono difettucci.

Pignatone però doveva affrontare una battaglia difficile, perché diverse correnti non gli erano più affezionate e iniziò a farsi largo la parola d’ordine: “discontinuità”. Discontinuità, evidentemente, voleva dire no-Prestipino. I tre candidati della discontinuità erano Francesco Lo Voi, Procuratore di Palermo, Marcello Viola, Procuratore generale di Firenze, e Giuseppe Creazzo, Procuratore capo di Firenze. Tutti e tre, oltretutto, avevano i titoli che Prestipino invece non aveva. Avendo tutti e tre guidato una o più Procure, negli anni scorsi, mentre Prestipino aveva ricoperto solo incarichi cosiddetti “semidirettivi”. Esiste una norma del Csm che prevede che per guidare una grande Procura occorre avere già guidato una Procura piccola o media.

Il fronte della discontinuità era guidato da Piercamillo Davigo, il Savonarola del ventunesimo secolo, all’epoca membro del Csm. Iniziarono le audizioni dei candidati e Prestipino fece in modo che la sua audizione fosse fissata pochissimi giorni dopo la sentenza della Corte Costituzionale su “Mafia Capitale”, il più famoso di tutti i processi romani. Lui si aspettava una sentenza di conferma, che lo avrebbe portato a una audizione da trionfatore. La Cassazione invece disse che la mafia non c’entra nulla, e per Pignatone e Prestipino fu uno ceffone formidabile: l’audizione andò malissimo. E così la commissione del Csm che doveva selezionare le candidature selezionò Viola (che ottenne più voti di tutti), Lo Voi e Creazzo. La nomina di Viola al plenum era praticamente scontata. Ma…

Scoppiò il caso Palamara. Era successo che la guardia di Finanza (molto legata alla Procura di Roma) aveva messo un trojan nel cellulare di Palamara e aveva registrato una riunione all’Hotel Champagne alla quale avevano partecipato, insieme a Palamara, membri del Csm e politici. Tra i politici Luca Lotti. L’inchiesta era ancora segreta, ma il Csm si stava apprestando a nominare il Procuratore di Roma e, probabilmente, a scegliere Viola. Allora qualcuno diede le intercettazioni segrete al Corriere della Sera, alla Repubblica e al Messaggero, che le pubblicarono con tre articoli fotocopia (in realtà gli articoli fotocopia sono da un po’ di tempo diventati abitudine nel giornalismo giudiziario). Ma è un reato? Sì, è un reato, ma anche questo, da tempo, è abitudine nelle Procure e nelle redazioni. E nelle intercettazioni c’era una frase di Lotti, braccio destro di Renzi, che diceva così: “Allora si vira su Viola”. Poi si accertò che l’intercettazione era stata manipolata. Lotti aveva detto: “Allora ai arriverà a Viola”. La sua, cioè, non era un’indicazione politica (“Virare”) o un auspicio: era una banale previsione che chiunque poteva fare sulla base del voto in commissione, stravinto da Viola.

L’intercettazione, illegalmente pubblicata, però fu sufficiente per stabilire che Viola – che forse è uno dei pochissimi magistrati di alto livello considerati unanimemente assolutamente indipendente – non poteva più essere candidato a Roma. Funzionano così le cose. Del resto, Palamara, lo ha scritto chiaro chiaro all’inizio del suo libro: basta che un procuratore abbia a sua disposizione un paio di sostituti fedeli, qualche ufficiale di polizia giudiziaria e un paio di giornalisti, e qualunque gioco è fatto. Già. Stavolta i giornalisti a disposizione erano tre. E così torna alla ribalta la candidatura di Prestipino che – clamorosamente – vince soprattutto per l’alleanza tra Area (corrente di sinistra) e Davigo (corrente di destra). Sì, di Davigo, proprio quello che aveva chiesto discontinuità.

Come mai ci fu questa giravolta? È la domanda che si pone Palamara. Boh. Ora il Tar ribalta tutto. Soprattutto sulla base di quella norma di cui parlavamo, che prevede per i candidati alle grandi Procure la necessità di essere stati Procuratori in qualche città minore. Necessità che tuttavia, va detto, in passato era stata sempre dimenticata: Palermo, Catanzaro, Napoli, Torino, Milano… tutte procure dove anche in anni recenti sono stati nominati Procuratori senza precedenti alla guida in altre Procure. Come mai?

Per una ragione molto semplice: il sistema delle correnti ha sempre contato molto più delle regole. La magistratura è l’unico luogo della repubblica dove le leggi e le regole contano zero: conta il potere, il sistema di potere. Sia per quel che riguarda la definizione della propria gerarchia, sia per quel che riguarda l’orientamento di inchieste e – talvolta – anche delle sentenze. Ma allora perché stavolta Prestipino è stato fatto secco? Evidentemente perché il gruppo che lo sostiene si è molto indebolito. Reagirà, questo gruppo, alla sconfitta? Reagirà. È questa la causa della guerra che sta per scatenarsi…