«Lasciali marcire in gattabuia, professore, dopodiché nascondi la chiave, quelli sono criminali e se lo meritano». Questo, inutile negarlo, è il comune sentire: quante volte me lo ricordavano i miei adolescenti dell’istituto professionale nella borgata romana dove ho insegnato per tanti anni quando il discorso cadeva su Cesare Beccaria e io spiegavo i suoi storici concetti sulla necessità della rieducazione a cui dovrebbe tendere la pena! Se il condannato si trasforma in un selvaggio, abbiamo perso tutti insieme a lui, dicevo: parole al vento.

Anche perché quando i ragazzi tornavano a casa, i genitori facevano presto a smontare tutti i miei buoni propositi riproponendo ai loro figli la vecchia legge del taglione aggiornata secondo il canone reso immortale dal grande Giuseppe Gioachino Belli: «Si quarchiduno te viè a dà un cazzotto, / Lì callo callo tu dajene dua». Sono stato in molte carceri a tenere conferenze e parlare coi detenuti. Le recenti rivolte nei penitenziari intasati della penisola, coi disordini e le evasioni conseguenti, mi hanno fatto tornare alla mente i tanti incontri avuti. Gente abituata a vivere gomito a gomito, nella tensione quotidiana del pensiero che torna sempre sugli stessi luoghi del triste passato, a cui viene comunicata l’emergenza dettata dal virus, coi rischi connessi.

Da un giorno all’altro sono interrotte le attività consuete, i volontari non possono più entrare nell’istituto, le visite dei parenti subiscono uno stop improvviso. In tali condizioni quella che noi chiamiamo psicosi può diventare qualcosa di molto più inquietante: ciò che è accaduto nelle infermerie prese d’assalto dai rivoltosi, pronti a suicidarsi col metadone, lo dimostra appieno. Com’erano vissute quelle persone fino a poco tempo prima? Devastate dalle crisi d’astinenza, rese rabbiose dalla promiscuità coatta, costrette a una drammatica deriva dell’esistenza.

Ogni volta che mi è capitato di gettare uno sguardo dietro le sbarre, ho avuto l’impressione di un’apocalisse umana, come se gli individui della nostra specie, posti in cattività, rivelassero aspetti che di norma tengono celati: voragini nelle quali tutti noi, in determinati frangenti, potremmo sprofondare. Cvetan Todorov lo diceva a proposito dei lager. Primo Levi ebbe il coraggio etico di collocare se stesso all’interno della zona grigia. Basta poco a volte per scivolare da una parte all’altra dello steccato: una distrazione imprevedibile, una combinazione sfortunata.

La mia memoria pulsa soprattutto nel ricordo di Ravìl, un condannato a morte russo che vidi tanti anni fa nella colonia penale del Lago Bianco, non distante dal Circolo Polare Artico, il quale, non sopportando la sospensione indeterminata in cui si trovava, chiese con piglio dostoevskiano di essere fucilato: prima di entrare in cella, pretesi dai gendarmi che gli togliessero le manette e lui mi ringraziò con uno sguardo lancinante, in cui c’erano dentro, mescolate l’una all’altra, ferocia e tenerezza. Ma, senza andare troppo lontano, è difficile dimenticare nel carcere di Rebibbia il giovane uomo che venne a due centimetri sotto il mio naso per dirmi come aveva ucciso la sua fidanzata, in un capannone sul litorale. O l’altro ex medico, anche lui uxoricida, il quale era passato in poche ore dalla condizione ordinaria di un professionista stimatissimo anche all’estero a quella di reietto inviso a tutti.

Nei centri circondariali dove sono stato ho percepito la forza e la fragilità, il peso tormentoso della colpa e l’ultima speranza che, come la proverbiale fiammella, non vuole spegnersi. Nessuno di quelli che ho conosciuto negava la necessità della pena da scontare. Anzi, parevano essere tutti dolorosamente consapevoli delle ragioni che li avevano condotti fin lì, arcigni e severi con se stessi fino all’inverosimile. Erano animali umani che si rigiravano nella melma: dannati danteschi e galeotti di Van Gogh. Ma allora perché sentivo crescere in me, lo confesso, un sentimento di incredibile fraternità nei loro confronti? Come se quegli esseri umani fossero in grado di parlarmi con una frontalità e una verità altrove impossibili da trovare. Gli ergastolani dell’istituto di massima sicurezza di Arghillà, a Reggio Calabria, in grande maggioranza legati a cosche mafiose, mi regalarono un giocattolo di carta colorata con i nomi e cognomi scritti sul retro.

Ricordo le ragazze della Giudecca, a Venezia, albanesi e rumene, che presentarono di fronte a un numeroso pubblico uno dei miei libri; i giornalisti prigionieri che a Padova, grazie alla guida lungimirante e preziosa di Ornella Favero, continuano a mandare avanti una rivista unica nel suo genere, dal nome che dice tutto: “Ristretti orizzonti”; i minorenni del Beccaria a Milano e quelli del Ferrante Aporti di Torino, feriti e canaglieschi, spacciatori e tossicodipendenti, ladri e rapinatori, pronti a farmi l’occhiolino prima che uscissi, quasi avessero trovato in me, visitatore occasionale, il compagno adulto che cercavano e di cui avevano bisogno.

Ci sarebbe tutto un lavoro da fare con questa umanità estrema, derelitta, assetata di rapporti e contatti, non solo i detenuti, anche le guardie che spesso ne dividono le sorti: non bastano i giudici e gli avvocati. Chi, fra certi miei colleghi docenti, ha avuto la possibilità di portare le classi a dialogare coi reclusi, ha visto gli studenti trasformati, quasi avessero messo la mano sul fuoco e se la fossero scottata davvero. A volte vale più un’esperienza come questa che dieci belle lezioni dalla cattedra.