Quanto incide il fattore T sulla giustizia? A Napoli, e più in generale nel Sud, tanto, anzi troppo. In senso negativo, s’intende. Perché il fattore T, ovvero il tempo, è eccessivamente lungo non soltanto nel campo della giustizia penale ma anche in quella civile. Se si considera poi che la giustizia civile è quella in cui o a cui più frequentemente ricorrono i cittadini ed è quella che più condiziona non solo la vita dei diretti interessati ma anche la crescita e lo sviluppo di un territorio, è chiaro che il fattore T è un fattore di cui dovrebbe tener conto qualsiasi decisione che riguardi la materia civile della giustizia.

Nel distretto di Napoli, per esempio, nel 2020 i procedimenti in materia di civile ordinario, in Corte di Appello, sono durati 1.368 giorni (cioè tre anni e sette mesi): il dato, raccolto dalla Direzione generale di statistica e analisi organizzativa del Ministero della Giustizia, fa riferimento a un totale di 4.972 procedimenti definiti nell’anno. Con riferimento ai processi in primo grado, dunque celebrati dinanzi al Tribunale civile, la durata media non si discosta molto, considerato che secondo i dati ministeriali nel 2020 ciascuno dei 38.491 procedimenti definiti nell’anno ha avuto una durata media di 1.127 giorni, pari a tre anni e un mese. Analizzando i dati per materia, si nota inoltre come la durata media si attesti sui 494 giorni nella materia del lavoro, 672 giorni in fatto di previdenza, 91 giorni per i procedimenti speciali, 105 per volontaria giurisdizione. E i dati sono abbastanza in linea con quelli del 2014, se si considera che nella materia del civile ordinario i procedimenti si risolvevano in 1.209 giorni, previdenza in 1.006 giorni, lavoro 521: il trend della lentezza dei processi è quindi invariato da anni.

Va da sé che la riforma del processo non può prescindere dal fattore “tempo”. Nei giorni scorsi lo ha formalizzato l’attuale ministro della Giustizia Marta Cartabia sottolineando che al centro dei dibattiti della giustizia italiana c’è il nodo della durata dei processi. Se sul fronte penale un processo lento si trasforma in un pregiudizio sociale che anticipa la sentenza e che può gravemente condizionare la vita dell’imputato, un processo civile lento si trasforma in un danno non solo per la vita dei diretti interessati ma anche per le conseguenze che ha sul tessuto sociale ed economico di una città, di una regione, di un Paese. La giustizia in Italia è lenta, impiega troppi anni per dare le risposte che deve e soprattutto, in relazione al fattore tempo, non è uguale per tutti. Sfogliando le più recenti statistiche elaborate della Direzione generale di statistica del Ministero si scopre, infatti, che c’è un tempismo diverso a seconda della città che si prende come riferimento, segno che il fattore T è diverso da un luogo all’altro del nostro Paese e che la giustizia non riesce ad avere un unico passo. Ragionando per macroaree, si notano due velocità: quella più spedita del Nord e quella, ahinoi, più lenta del Sud.

Nel distretto di Milano, per esempio, a fronte di un totale di procedimenti definiti di poco superiore a quello di Napoli, quindi a fronte di 20.178 procedimenti definiti dinanzi ai Tribunali del distretto, si è registrato un tempo di durata medio di 571 giorni, cioè un anno e 6 mesi. Nel distretto di Torino, i procedimenti definiti sono stati 21.658 e il tempo medio di durata è stato di 487 giorni (un anno e tre mesi quindi). Spostandosi dal Nord al Centro, si nota che a Roma nel 2020 risultano definiti 35.704 procedimenti in materia di civile ordinario con durata media di 884 giorni, cioè pari a 2 anni e 4 mesi. Mentre al Sud, nel distretto di Palermo, su 14.860 procedimenti definiti la durata media è stata di 761 giorni, pari a due anni e un mese. Numeri rispetto ai quali il Sud ha più che mai bisogno di mettere il piede sull’acceleratore della giustizia civile se si vuole rilanciare economia e opportunità di sviluppo. Perché dove non c’è un’amministrazione della giustizia efficace e dove la giustizia non riesce a dare risposte in tempi ragionevoli, i diritti sono mortificati e il cittadino non può sentirsi adeguatamente tutelato, quindi non investe, non innova, non crea sviluppo.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).