“Comprendiamo la sua completa assoluzione”. Questo il commento della famiglia di Lidia Macchi, la giovane 21enne uccisa con 29 coltellate in un boschetto a Cittiglio (Varese) nel gennaio del 1987 , in merito alla conferma della Corte di Cassazione dell’assoluzione di Stefano Binda, 53 anni, dall’accusa di omicidio per la morte della ex compagna di scuola.

E’ la fine di un incubo iniziato 30 anni dopo la morte di Lidia e che ha visto prima la procura di Varese, poi quella di Milano accanirsi contro Binda, condannato all’ergastolo in primo grado, nonostante nelle motivazioni della sentenza di assoluzione stabilita dai giudici della Corte d’Assiste d’Appello meneghina si faceva riferimento a un “vero e proprio deserto probatorio“.

“Stefano era già abbastanza tranquillo dopo aver saputo che il sostituto Pg della Corte di Cassazione aveva chiesto l’inammissibilità dei ricorsi” della Procura generale di Milano e della famiglia di Lidia, ha detto l’avvocato Patrizia Esposito, che lo ha difeso con l’avvocato Sergio Martelli. “Dopo la sentenza, Stefano Binda era veramente felicissimo”, ha aggiunto il legale.

“Sono molto felice e sereno, mi aspettavo questa sentenza perché sono sempre stato sicuro della mia innocenza” ha dichiarato Binda, come riferito dai suoi avvocati.

I familiari di Lidia Macchi, invece, hanno inviato tramite i loro legali un lungo comunicato per spiegare che “dopo aver attentamente letto le sentenze precedenti e aver appena appreso il risultato della Cassazione, vogliamo chiarire alcuni punti. Crediamo che durante il corso delle indagini e soprattutto dei processi non siano emerse prove a sufficienza per ritenere che Stefano Binda sia stato l’assassinio di Lidia e pertanto comprendiamo la sua completa assoluzione”, hanno fatto sapere Paola, Stefania e Alberto Macchi.

“In noi – sottolineano – rimarrà per sempre la ferita di non aver trovato il colpevole della morte di Lidia, anche alla luce della dolorosa scoperta della distruzione e sparizione di alcuni reperti che con le tecniche moderne avrebbero potuto portare un apporto decisivo in questo percorso giudiziario”.

LA VICENDA – L’unica traccia per trovare il suo assassino, per anni, è stata solo una lettera anonima scritta a mano recapitata a mano il giorno del funerale della giovane, il 10 gennaio, a casa dei genitori. Il testo era una inquietante poesia dal titolo ‘In morte di un’amica’, che riportava dettagli noti solamente al suo assassino. Proprio da un confronto calligrafico con cui era stata tracciata la lettera e di una cartolina inviata da Stefano Binda ad un’amica era stato individuato nell’ex compagno di scuola di Lidia il presunto assassino. A riaprire le indagini a distanza di anni era stata il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda.

Il 15 gennaio 2016 Binda viene arrestato con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Binda respinge ogni accusa e si proclama innocente ma in primo grado, il 24 aprile del 2018 la Corte d’Assise di Varese ha condannato Binda all’ergastolo. Secondo i giudici, si legge nelle 197 pagine di sentenza, l’imputato uccise Lidia Macchi “per procurarsi l’impunità dal reato di violenza sessuale su di lei commesso”.

Sentenza poi ribaltata in appello l’anno successivo, il 24 luglio 2019, in Corte d’Assise d’Appello di Milano che ha assolto l’uomo, poi scarcerato.

I giudici di secondo grado, nelle motivazioni della sentenza, parlano di “vero e proprio deserto probatorio. L’alibi non è stato smentito, non c’è il movente, non è suo il Dna trovato sul corpo della vittima e nessuno ha individuato contatti tra Binda e Macchi la sera della scomparsa della vittima” e inoltre  “non è lui ad avere lasciato tracce biologiche sulla busta spedita a casa Macchi”.

Contro questa pronuncia, hanno presentato ricorso in Cassazione sia la procura generale di Milano che la famiglia Macchi, parte civile nel processo. Ricorsi che già nella mattinata del 27 gennaio 2021 il procuratore generale della Cassazione Marco Dall’Olio ha chiesto di dichiarare inammissibili.

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.