In questi giorni ricevo lettere, telefonate, messaggi e moltissimi tweet che contestano il mio dichiarato schieramento pacifista, perché – sostengono – il pacifismo è in contrasto col garantismo e con l’essere liberali. Io non credo che abbiano ragione. So benissimo che esistono molti garantisti che hanno compiuto una scelta interventista, e rispetto in modo assoluto le loro idee, e conosco da molti anni la distinzione tra idea nonviolenta e idea pacifista, anche perché ho conosciuto Marco Pannella. Però non posso accettare, francamente, la pretesa di contrapporre pacifismo e non violenza. O anche di contrapporre garantismo e pacifismo.

Una cosa è dire che non c’è automatismo, cioè che non è necessaria l’identificazione, una cosa diversa è lanciare l’anatema e pretendere l’inconciliabilità. La mia idea di garantismo, effettivamente è molto vasta. E si fonda sul pensiero liberale ma anche, e soprattutto, sul pensiero cristiano. Cioè sull’idea del perdono o, meglio ancora, della non-colpa (“chi è senza colpa scagli la prima pietra”, oppure “tu, ladro, vieni con me in paradiso”. Cioè due passaggi colossali del Vangelo).

Garantismo
Provo a riassumere il mio punto di vista un po’ schematicamente. Non credo che il garantismo sia solo la richiesta del rispetto totale di una serie di regole – sostanziali o formali – che riguardano l’ amministrazione della giustizia. Non penso che il garantismo possa limitarsi all’esaltazione dei diritti della difesa e alla presunzione di innocenza, e alla richiesta di prove provate. Ho l’impressione che se si lascia stringere in questo perimetro un po’ angusto, il garantismo muore. Perde il respiro. E soprattutto finisce con il diventare vittima delle interpretazioni. Le quali permettono una grande elasticità e molte distinzioni. Cioè permettono di difendere solo alcuni e non altri, solo fino a un certo punto e non oltre, solo gli innocenti e non i colpevoli, solo se assolti e non se condannati. Io invece credo che il garantismo sia un’idea generale di società. Fondata sui diritti e non sulla punizione. Sulla soluzione dei problemi e non sulla ricerca del colpevole. Sul valore di ogni esistenza e non su un’etica che stabilisce una gerarchia, e sceglie le esistenze migliori e le peggiori, quelle degne di premi e quelle degne di punizione, quelle da rispettare e quelle da calpestare.
Il garantismo, per quello che mi riguarda – e qui usciamo anche dal cristianesimo – è l’idea che si rifiuta di operare distinzioni nette tra bene e male. E che immagina che la forza del bene non stia nella repressione del male, ma nella comprensione e nella assunzione.

Pacifismo
Che c’entra il pacifismo? L’idea di fondo del pacifismo, per quel che ho capito in questi primi miei settant’anni, è il rifiuto della guerra come strumento di prosecuzione della politica. Naturalmente rifiuto della guerra è l’ultimo stadio del rifiuto dell’uso della forza come mezzo per regolare la convivenza. È chiaro che questo principio prevede delle eccezioni. Però il principio vale. Vale la tendenza. L’idea è quella: la scelta di usare la politica, la diplomazia, la deterrenza, la pressione, l’economia, la forza di massa del popolo, come mezzi essenziali per sedare le tensioni e risolvere le controversie. Questa idea non è del tutto balzana se è scritta a chiare lettere nella nostra Costituzione. Leggevo in questi giorni, fornitomi dal figlio di Mario Zagari (deputato socialista alla Costituente) il resoconto del dibattito che si svolse prima dell’approvazione dell’articolo 11 della Costituzione. Quello sulla guerra. Fu Zagari a chiedere e ottenere che la parola “rinunzia” fosse sostituita con la parola “ripudia”. L’Italia ripudia la guerra. Non è un dettaglio. La scelta è quella di non considerare la posizione contro la guerra come un’opzione passiva, ma al contrario come opzione attiva. Accompagnata dalle righe successive dell’articolo 11, le quali stabiliscono che è compito del nostro paese favorire e promuove organizzazioni internazionali che servano a garantire la pace tra i popoli. È quella parola – ripudia – a imprimere alla nostra Costituzione un carattere nettamente pacifista. Rafforzata dall’incitamento a promuovere la pace e non solo ad accettarla.

Io ho l’impressione che questa idea pacifista sia in perfetto allineamento con l’idea garantista. Il punto comune è il punto di partenza: la ripugnanza per la forza, per la vendetta, per la punizione. E la convinzione che i mezzi non siano indifferenti e non contino meno dei fini: se il mezzo è la morte, l’uccisione, lo sterminio, conta poco il fine, per quanto esso sia nobile. L’infamia del mezzo finisce per omologare il liberatore all’oppressore. Il giudice al reo. Il moralizzatore al colpevole. Naturalmente è un argomento molto complesso, questo. Che investe la filosofia. E io non sono un filosofo. Perciò chiamo in mio aiuto un grande filosofo francese del 600. Antico ma di pensiero molto moderno. Diceva così: “Si dovrà dunque uccidere per impedire che ci siano dei cattivi? Uccidendo se ne faranno due invece di uno”. Si chiamava Blaise Pascal, questo filosofo. Esprimeva l’idea essenziale del pacifismo e del garantismo. Chi vuole la guerra?

Un’altra citazione. Leggete queste poche righe : “È naturale che la gente non voglia la guerra. Non la vogliono gli inglesi, non la vogliono gli americani, neanche i tedeschi la vogliono. Si capisce. È compito dei leader del paese orientarli, indirizzarli verso la guerra. È facilissimo: basta dirgli che stanno per essere attaccati, denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo, e perché mettono in pericolo il paese. Funziona così in qualunque paese, che sia una democrazia, una monarchia o una dittatura”. È una dichiarazione di Hermann Goering, rilasciata nei giorni del processo di Norimberga, nel 1945. Voi sapete chi era Goring: uno dei massimi gerarchi nazisti e il fondatore della Gestapo. Non credo che ci sia bisogno di commentarle.

 

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.