Da quando la cultura ha affermato che “Dio è morto”, la parola “resurrezione” si utilizza sempre di meno nel vocabolario pubblico. Se va bene, ci si limita a sussurrarla. Se va male, la si confonde con la reincarnazione.
Eppure, re-surgere ci parla di chi si “rialza dallo stare piegato”. È una legge inscritta nella creazione: tutto ciò che è caduco nasce nel suo al-di-là. La notte quando lascia spazio al giorno, il bruco quando si trasforma in farfalla, quando il buio (interiore) improvvisamente lascia spazio alla luce. Chi risorge, lo fa per aver attraversato la morte: un tradimento, un fallimento, una malattia, una violenza. La vita che viene dopo germina da quella morte.

È stato così anche dopo le pandemie che (purtroppo) guardavamo da lontano. Eppure il virus dell’Aids ha causato 32 milioni di morti; solo nel 2018 sono morte 435 mila persone di malaria e 1,2 milioni di tubercolosi senza parlare delle epidemie causate dall’influenza suina, aviaria, Ebola, Sars e Mers. La spagnola ha fatto morire 50 milioni di persone tra il 1918 e il 1919. Numeri incredibili, ma lontani. Per quale motivo non ci chiediamo pubblicamente se abbiamo bisogno di risorgere? Non è forse questa una domanda importante su come ripartire?  La risurrezione non è l’esperienza del “tornare indietro” dal regno dei morti, che non riuscì a Euridice malgrado l’amore di Orfeo, non è l’eterno ritorno del tempo pensato dai Greci, né un ripristino di sistema del pc. La resurrezione è un’esperienza data dalla forza dell’amore che la ragione può solo riconoscere e sentire, ma non definire.

La “definizione” di risurrezione nasce dalla contemplazione della croce di Cristo, e con lui di tutti i crocifissi. Cosa insegna al mondo la morte in croce di Gesù? La morte vince sulla vita, è l’amore che vince la morte. Gesù muore “in” Dio, direbbe Eberhard Jüngel, anche se la morte di Gesù non è la morte “di” Dio. È l’esperienza di come il Dio trinitario (il padre, il Figlio e lo Spirito) assuma in sé la morte di Gesù. È questo il punto più alto dove l’amore può arrivare. Per questo «la croce è l’enigma con cui Dio risponde all’enigma dell’uomo. Un Dio crocifisso non corrisponde a nessuna concezione religiosa o atea. È una rappresentazione oscena, fuori della scena del nostro immaginario: è la distanza infinita che Dio ha posto tra sé e l’idolo», ha scritto P. Silvano Fausti.

Secondo S. Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti, la conoscenza intellettiva può solo seguire l’esperienza affettiva della risurrezione. Intellettualmente si può solo definire ciò che si è conosciuto interiormente. Lo dimostra la dura legge dell’amore che costringe a portare il peso della croce, a sacrificare l’io per il noi, a non scappare davanti a chi soffre. Altrimenti i noti conflitti tra cultura laica e religiosa generano lo stesso problema: dall’immagine di Dio che presuppongono emerge il Dio in cui credono.

Questo tempo di epidemia ci chiama a scegliere la direzione verso cui andare come comunità sociale e politica. La radice della parola risurrezione è la stessa: davanti alla mortalità e ai cambi d’epoca si può insorgere, “levarsi contro”. Oppure risorgere, “elevarsi verso”, come i girasoli con il sole. Per la cultura contadina resurrezione è ciò che nasce quando un seme muore. Quando la giustizia è riparativa e non vendicativa, il lavoro è pagato, la dignità è rispettata, la prossimità è una rinascita sociale, la salute è garantita, le comunità sono l’antidoto a ogni forma di populismo.
È per questo che in questa Pasqua dobbiamo “elevarci verso” per trovare un equilibrio tradito. Lo ha di recente ricordato anche il Papa: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura non perdona mai”. Ritrovare un equilibrio con la natura che si ribella anche attraverso un virus è superiore allo sforzo che può fare la cultura per uscire da questa crisi.

La speranza deve essere l’ultima a morire. Gesù lo ha detto a Maria: “Io sono la resurrezione e la vita” (Gv. 11,25), prima la morte, poi la resurrezione e poi la vita. Da allora per i cristiani la Pasqua è il ricordo della liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto ma è soprattutto la festa del corpo che vive sotto la carne e che la morte non può distruggere…