“Dio si comporta così: non guarda al tempo e ai risultati, ma alla disponibilità e alla generosità con cui ci mettiamo al suo servizio. Il suo agire è più che giusto, nel senso che va oltre la giustizia e si manifesta nella Grazia. Donandoci la Grazia, Egli ci elargisce più di quanto noi meritiamo. E allora, chi ragiona con la logica umana, cioè quella dei meriti acquistati con la propria bravura, da primo si trova ultimo. Ricordiamoci chi è il primo Santo canonizzato nella Chiesa: il buon ladrone”. Lo ha detto Papa Francesco in un passaggio dell’Angelus, in corso in piazza San Pietro.

Il Pontefice si è affacciato come di consueto dallo studio del Palazzo Apostolico per l’Angelus domenicale, e ha commentato il vangelo di oggi (gli operai dell’ultima ora) e spiegato che per lui la Chiesa deve essere in uscita, a costo di farsi del male. “La Chiesa deve essere come Dio: sempre in uscita. Quando non è in uscita si ammala dei tanti mali. È vero che esiste il pericolo di un incidente, ma meglio una Chiesa incidentata perchè annuncia il Vangelo che ammalata di chiusura”.

“Dio sempre è in uscita cercando noi – ha continuato – esce continuamente alla ricerca delle persone. Anche le nostre comunità sono chiamate a uscire dai confini che possono esserci, si tratta di aprirsi a orizzonti di vita che offrono speranza a chi ha smarrito la forza della luce dell’incontro con Cristo”

Alla fine dell’Angelus ha ricordato la 96esima “Giornata per l’Università Cattolica” e la mancata celebrazione del Congresso Eucaristico Internazionale, previsto in questi giorni a Budapest e rinviato causa coronavirus. “Proseguiamo il cammino di preparazione”, ha detto. Nemmeno una parola invece per l’anniversario di Porta Pia e della fine del potere temporale dei pontefici che oggi celebra i suoi 150 anni.

Cinquant’anni fa l’allora pontefice Paolo VI aveva dedicato, proprio all’Angelus, una lunga riflessione su quei fatti, di importanza secolare anche per una istituzione millenaria come la Chiesa. “Voi attendete certamente oggi da Noi una parola che rifletta i sentimenti relativi all’avvenimento, del quale si commemora a Roma il centenario – disse Montini – Ebbene, sì: dedichiamo a questa celebrazione specialmente per voi, Romani ed Italiani, un pensiero, un augurio: che possiate essere degni del nome di Roma, e sappiate godere con forti virtù civili e cristiane dell’unità, della concordia, della prosperità, della pace nel vostro Paese; e ricordando la parola di Cristo: ‘Date a Cesare ciò che è di Cesare, e date a Dio ciò che è di Dio’, sappiate saggiamente distinguere le due sfere dell’ordine umano, la sfera temporale e civile da quella spirituale e religiosa, e così possiate alimentare in voi stessi, senza alcuna confusione, l’armonia dei due rispettivi sentimenti di buoni cittadini e di buoni cattolici”.

“E aggiungeremo un pensiero anche per Noi, per il Papa – aggiunse Paolo VI – e sia una preghiera al Signore affinchè mantenga vivido, sempre, in Noi stessi e nella Chiesa il senso della natura religiosa e pastorale della Nostra missione; ci voglia conservare l’indipendenza e la libertà per compierla con apostolica efficacia, assistendoci, secondo la promessa fatta a Pietro, affinchè non venga mai meno la Nostra fede, e sempre sorreggendo con la sua misericordia la Nostra umana fragilità, ci conceda la sapienza e la fortezza per confermare nella sua sequela quanti ci sono Fratelli e Figli, così che nell’umile ed invitta aderenza al suo amore Noi possiamo esercitare l’ufficio affidato a Pietro, di Pastore della Chiesa Romana ed universale”.

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