Chi è il papa, anzi “chi è” questo papa, Jorge Mario Bergoglio? Risposta facile: abbiamo un papa monodimensionale, a tutto tondo e collocato in una categoria politica unica. Abbiamo un papa – questo papa: Francesco – populista, dunque degno erede del peronismo argentino. Come se sia possibile trasferire categorie politiche da qui a là in automatico. In Argentina – terra di contrasti e vicina a noi italiani – che Bergoglio sia peronista è dato per scontato. In Italia il più deciso e tenace propugnatore del peronismo di Bergoglio è Loris Zanatta, docente di Storia e Istituzioni delle Americhe all’Università di Bologna. Domenica 7 novembre, di nuovo, su “La Lettura” del Corriere della Sera (pagina 6: “Guai a chi tocca il culto di Perón”), ha ribadito la sua tesi del collateralismo tra Bergoglio e il populismo di stampo peronista. Tesi un po’ complicata e ardita, e da comprendere appieno in Occidente e soprattutto in Italia. Quindi vale la pena dedicare dell’attenzione e soprattutto verificarne la correttezza.

Il colore politico dell’attuale governo in Argentina è una coalizione populista di sinistra. Il populismo, che può essere di destra o di sinistra, inteso come tendenza politica con caratteristiche oggettive, mette in luce aspetti quali la concentrazione del potere pubblico, l’esaltazione della leadership personalistica, la semplificazione dicotomica della realtà, il presunto anti-elitarismo con proposte di apparente eguaglianza sociale o apparente ricerca di favorire i più deboli, prevalenza di un approccio emotivo su quello razionale, mobilitazione sociale, ecc. Le leggi promosse dall’attuale governo argentino sono di “sinistra”: a favore dell’abolizione del diritto penale, dell’ideologia di genere, o quelle che consentono l’aborto su richiesta; nonché il nuovo disegno di legge per legalizzare l’eutanasia siano gli aspetti bioetici del populismo morale. Da notare che gli attuali governanti “di sinistra” non solo in Argentina ma anche in altri paesi dell’America Latina, sono persone ricche, il cui benessere deriva da un approfittarsi senza scrupoli di posizioni di potere o prestigio.

E fin qui abbiamo descritto una tendenza politica. Ma in Argentina c’è di più, come ha scritto e commentato (ad esempio e spesso) Infobae, un sito di approfondimento politico sul quale, tra gli altri, scrive il noto prof. Fishel Szlajen, docente di diritto e bioetica, rabbino. Il “di più”, in Argentina, riguarda proprio la tanto commentata affinità di Papa Francesco con il peronismo come dicono i media locali, alimentata da esponenti kirchneriti che sembrano o dicono di essere molto vicini al Papa. Siamo al punto che la contiguità di Bergoglio con il peronismo è stata così tanto sbandierata ed affermata, da essere diventato un dato di fatto.

Qui è il punto: davvero Papa Francesco è così? La “leggenda nera” di Bergoglio emerge appena qualche ora dopo l’elezione al pontificato. In quel momento vengono scandagliati i suoi rapporti con la passata dittatura militare, con il peronismo, e via dicendo. Diciamo che le accuse sono state ridimensionate e riclassificate molto presto. Del resto se ci sono state contiguità tra Chiesa argentina e dittatura e tra Chiesa e peronismo, certo resta curioso accusare un gesuita che al massimo in quegli anni era il provinciale della Compagnia. Incarico peraltro a termine e durato poco. Le connessioni tra Chiesa e dittatura sono altre e vanno cercate nell’episcopato e in generale in una gerarchia che ancora oggi non ha del tutto fatto i conti con il passato. E la finirei qui. Perché il vero punto non è il “dito” ma “la luna” da guardare. Fuor di metafora, il pontificato attuale non può venire letto sotto il segno del peronismo o del populismo politico. È oggettivamente sbagliato e storicamente ingenuo (per restare dentro una terminologia educata).

Il papato cambia le persone, aprendole semmai a una visione globale. Quello che Montini, Luciani, Wojtyla o Ratzinger erano come cardinali di Milano, Venezia, Cracovia o al Sant’Uffizio, con l’elezione al soglio pontificio diventa il compito di assumere una visione globale del ruolo della Chiesa nel mondo.

Quindi se vogliamo trovare dei difetti o aspetti da criticare in Papa Francesco, possiamo fare di meglio che appoggiarci su un suo populismo, peraltro senza fondamento. Il papa non è populista. Questo papa non lo è. Anzi, si potrebbe dire di più: nessun papa è o sarà mai populista. Perché non ha in mano le redini di un governo reale: un papa non ha una politica economica da mettere in atto in Vaticano – uno stato di 44 ettari! Non ha sanità, scuole, regioni, trasporti, infrastrutture, politiche locali da governare. Ha da governare la Chiesa, cioè un tipo di potere diverso. Certamente un papa produce documenti ed iniziative; ha un impatto sui media che può essere molto forte; ma il punto focale è molto diverso dalla politica. Il papa e la Chiesa nel complesso, si dedicano all’educazione delle coscienze, alla sensibilizzazione, dentro i binari del Magistero e della Dottrina Sociale.

Nel caso di Bergoglio, cioè Papa Francesco, se vogliamo riepilogare i temi portanti della sua impostazione possiamo riferirci a tre documenti e due “slogan”. I documenti sono l’enciclica sulla difesa dell’ambiente (Laudato Si’) e la Fratelli Tutti sulla comune appartenenza all’umanità che deve ispirare davvero economie e politiche diverse e giuste. Sul piano ecclesiale la Costituzione apostolica Veritatis Gaudium ridisegna l’approccio agli studi superiori delle Università e Facoltà pontificie secondo criteri innovativi di interdisciplinarietà e trans-disciplinarietà. Gli “slogan” sono “la Chiesa in uscita” e la “Chiesa ospedale da campo”, a significare la spinta a cercare le persone nei luoghi in cui si trovano, il che è una vera e propria rivoluzione nella pastorale tradizionale.

E quindi? E quindi i sostenitori del papa populista peronista in realtà non sanno bene di cosa stiano parlando. Si potrebbero citare vari passaggi dei discorsi di Papa Francesco ai rappresentanti dei Movimenti Popolari (dalla Bolivia 2015 in avanti) per far vedere che non c’è traccia di populismo nella visione di Francesco. Poi si potrebbe parlare di “teologia del popolo” – la versione argentina della teologia della liberazione – ed anche qui argomentare che di populismo non c’è traccia, né c’è traccia di una visione dei poveri come “popolo eletto”.

Le realtà è molto diversa, con buona pace di tutti (prof. Zanatta compreso, che stenta a comprendere…). Il vero fastidio che esprimono i critici di Bergoglio è un “non detto” che va cercato nello sconcerto con cui assistono al cambio di prospettiva provocato dal pontificato; e forse non se l’aspettavano dal gesuita Bergoglio. Ad esempio è fortemente diversa l’impostazione di Papa Francesco quando esprime connessioni teologiche e sociali in modo differente dal passato. Con la Bioetica Globale salda la difesa della vita (di tutti, tutte le età, tutte le condizioni sociali) con la difesa dell’ambiente (una sola vita, un solo pianeta sui cui vivere); quando ribadisce che la fratellanza universale va presa sul serio ed implica un deciso cambiamento spazzando via i miti di razza, superiorità, populismi vari, per promuovere politiche economiche, sociali, sanitarie, educative, pienamente ispirate alla giustizia. Ed in definitiva la visione davvero innovativa si coglie nella saldatura tra teologia e dottrina sociale, facendo dell’etica il campo unificatore in cui si deve produrre una visione nuova dell’umanità. Specie in tempi di Covid19: il mondo è cambiato e il virus dovrebbe insegnare che politiche protezioniste e populiste devono finire. Se lo ha capito Papa Francesco – 84 anni! – forse anche docenti, politici, intellettuali un po’ più giovani dovrebbero rifletterci sopra!

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).