L’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, sembra essere l’unico (chissà perché) rimasto col cerino in mano. Ma chi ha beneficiato delle sue trame in tutti questi anni? Sicuramente molti anche tra quelli che oggi fingono di essere sorpresi e scandalizzati, e che gli tirano, oltre alla prima, una raffica di altre pietre. Dimenticando però il vero scandalo. Che è quello di sorprendersi, dopo aver dato o accettato una valenza istituzionale a un’Anm che non è nient’altro che un sindacato. Se non proprio una cupola di gestione del potere per il potere. Che fa quindi unicamente gli interessi personali di coloro che ne fanno parte. Barattando e consolidando carriere all’interno ed all’esterno delle aule giudiziarie. A discapito dell’efficienza ed imparzialità della giustizia, e alle spalle dei cittadini, che di giustizia avrebbero tanto bisogno.
Ora sembra essere stato trovato il colpevole di tutto. Per oltre trentacinque anni – prima di congedarmi nel 2014 dalla Guardia di Finanza – ho praticato molte delle più importanti procure della Repubblica italiane.

Quale primo ufficiale delle forze di polizia e dirigente italiano presso i servizi antifrode della Commissione Europea (Uclaf e Olaf, ho poi avuto a che fare con molti dei nomi più illustri della magistratura requirente. Che, in considerazione dell’incarico dirigenziale internazionale rivestito sino al 2018, ho potuto osservare, con rapporti diversi dalla dipendenza funzionale dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria che avevo in Italia. Confrontandoli anche con magistrati di altri paesi europei. A volte ricoprendo posizione gerarchica o funzionale a loro sovraordinata, ho avuto modo di conoscerli e valutarli non solo sul piano professionale, ma anche e soprattutto su quello umano e psicologico. Ne ho incontrati di valorosissimi. Con alcuni dei quali ho mantenuto legami di amicizia. Ma ne ho incrociati anche altri, a volte con nomi e reputazioni roboanti, o destinati a diventarli, che mi hanno letteralmente disgustato.

Sono tanti gli aneddoti che avrei da raccontare. Mi limito a ricordarne solo uno. Ad alcuni di questi signori non garbava la posizione di grande prestigio che la Guardia di Finanza aveva assunto in Europa. In particolare presso la Commissione Europea. Dovevano quindi scalzarla, e prenderne il posto. Col pretesto che le Fiamme Gialle non avevano l’indipendenza che solo i magistrati, secondo loro potevano vantare. E le chat di Palamara dimostrano quanto poco l’avessero nella realtà, quanto meno dalle loro sfrenate ambizioni personali. E ciò nonostante l’Uclaf prima, e l’Olaf poi, fossero strutture investigative di polizia amministrativa. E la ragione era nelle ambizioni personali e degli amici degli amici. Cercando di instaurare un canale privilegiato e autoreferenziale con l’Ue, cortocircuitando le istituzioni, delle quali il Comando Generale delle Fiamme Gialle aveva il difetto di far parte. Ma era evidente sin dall’inizio anche il desiderio di iniettare nell’antifrode Ue i metodi mediatico-giudiziari, impensabili all’estero, tanto in voga in Italia. E dalla seconda metà degli anni Novanta l’obiettivo principale era uno soltanto: Silvio Berlusconi.

In considerazione della fiducia e della stima personale che avevo guadagnato dai tre Direttori dell’Antifrode Europea che si sono succeduti nel tempo sono quasi sempre riuscito ad evitare che le inchieste dell’Uclaf e poi dell’Olaf venissero strumentalizzate per fini diversi da quelli strettamente istituzionali, e fuori dell’assoluto rispetto della legalità. Questo non piaceva ad alcuni, ovviamente. Perché impediva di utilizzare l’Ue come base di lancio contro obiettivi italiani. Ed era il periodo della cosiddetta inchiesta sulle “tangenti alla Guardia di Finanza”, apparentemente strumentale a colpire Berlusconi. E ci fu chi, affascinato dai metodi e dalla facile gloria del rito ambrosiano, mi rivelò il suo essere alla ricerca, per conto terzi, del testo, che io avevo personalmente negoziato, di un protocollo d’intesa tra il Comando Generale della Guardia di Finanza e la Commissione Europea. Mi venne detto (anche se non ho mai potuto verificarne la veridicità) che qualcuno alla Procura di Milano era molto interessato ad averlo.

Da notare che, sempre per colpire Berlusconi, qualcuno pensava persino di qualificare la Guardia di Finanza come un’”associazione criminale”. “Agente persino sul piano internazionale”, immaginai io, in considerazione di quel protocollo d’intesa. Il servitore sciocco che si prestò a questo gioco, era un altro appartenente alle forze di polizia italiane. Che io stesso avevo reclutato alla Commissione Europea. Ma l’ambizione all’immaginata facile gloria derivante dal rendere servizio agli allora auto-proclamati eroi senza macchia e senza paura del giustizialismo italiano, si rivelò per lui più forte di tutto. Anche della sua riconoscenza e della mia stessa amicizia. Che da quel giorno perse per sempre, assieme alla mia stima. Questa è la ragione per cui non è il “metodo Palamara” a scandalizzarmi, ma l’ipocrisia di chi finge di cadere dal pero.