Iniziamo dal nome: Tarsu, Tares, Tari. Negli ultimi anni è cambiato tre volte, ma è superfluo specificare a cosa corrisponda ogni singola lettera: per tutti è la tassa sulla spazzatura, per i napoletani il balzello da pagare per la “monnezza” (o “munnezza”, non c’è unanimità nemmeno su questo). Il Riformista mi offre un vero e proprio assist per fornire qualche chiarimento da “tecnico”, oltre che da contribuente.
Ho avuto l’onore di collaborare, da assessore ai Tributi e poi anche da vicesindaco, col sindaco di Frattamaggiore dal 2015 al 2019 e – guarda un po’ – l’onore è diventato onere proprio nell’elaborazione delle tariffe per la Tari. Mi sono reso conto che quella sulla spazzatura è la più politica delle tasse. Però è bene chiarire un principio che non tutti conoscono: la tassa  deve “coprire” il costo del servizio (almeno in teoria perché non tutti i cittadini pagano e quelli che pagano lo fanno spesso in ritardo). Mi spiego meglio con un esempio: se la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti costa al Comune, per esempio, sei milioni di euro, devono essere “bollettati” ovvero chiesti ai cittadini esattamente sei milioni di euro. Lo impone la legge e la Corte dei Conti vigila piuttosto severamente sul punto. Il Rapporto Rifiuti 2020 di Confcommercio ci rivela che il 60% dei Comuni italiani (in totale sono 7.904, al 21 febbraio 2021) ha aumentato la Tari, ma questo dipende dall’aumento del costo del servizio che solitamente, attraverso un appalto, è affidato a una ditta esterna all’ente.
Non credo siano molti i Comuni a gestire “in house”, cioè con propri dipendenti, la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti. Quando dirigenti e assessori, di concerto col primo cittadino, devono redigere la delibera con le tariffe, ricordando che in totale va chiesto ai cittadini esattamente quello che il Comune paga alla ditta che si è aggiudicata la gara d’appalto, devono operare una prima scelta: penalizzare le utenze domestiche, quelle dei privati cittadini, o le utenze commerciali, cioè quelle delle attività? E tralascio il ragionamento su “quota fissa” e “quota variabile”.
Si è ormai arrivati al dunque: più “monnezza” fai, più paghi. E questo è il primo scoglio su cui la politica si infrange. Le utenze domestiche, per esempio: il ricco single, che magari vive di rendita in un attico di 30 metri quadrati a Posillipo, deve pagare di più o di meno della coppia con quattro figli e nonni a carico che abita in un basso di 50 metri quadrati a Secondigliano? Probabilmente Fausto Bertinotti chiederebbe un sacrificio al posillipino, ma la tendenza generale è quella contraria.
Il discorso si complica per il popolo delle partite Iva. Al netto degli “sconti” previsti dai regolamenti comunali per chi produce rifiutispeciali”, deve pagare di più la filiale della banca o il ristorante–trattoria? Il supermercato o il cinema? Il pescivendolo o la libreria? Il bar o il teatro? Possono sembrare domande banali, ma non lo sono. Un teatro di 2mila metri quadrati (quindi nemmeno tanto grande) nel 2020 ha pagato di Tari (si consideri sempre un “circa” davanti) 2.900 euro a Milano, 3.600 a Torino, 9.300 a Napoli. Ma il problema della “coperta corta” non è l’unico. Se Giunta e Consiglio comunale decidono di ridurre la tariffa per alcune attività, devono necessariamente aumentarla per altre, sempre per il citato obbligo di “coprire il costo del servizio”. A ciò si aggiunga il dramma della pandemia da Covid.
Nell’aprile del 2020 il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, annunciò pubblicamente: «Niente tasse ai commercianti nel 2020». Le delibere di riferimento, però, furono più una dichiarazione d’intenti che una decisione vera e propria. La relazione del segretario generale del Comune, Patrizia Magnoni, precisò che soltanto successivamente si sarebbe deliberato concretamente e che la responsabilità – molto ponziopilatescamente – è in capo ai dirigenti. La vicenda si è conclusa soltanto il 30 dicembre con la delibera di Giunta numero 495: “sconto Covid” sulla Tari pari al 25% sulla “quota variabile”, e nemmeno per tutte le attività. Vale a dire che il teatro napoletano di cui sopra, invece di 9.300 euro, ne avrà pagati o ne pagherà circa 8mila.
In altre e più semplici parole, Giunta e Consiglio comunale partenopei, oltre a penalizzare alcune attività che altre amministrazioni considerano “culturali” (e che quindi pagano molto meno), hanno letteralmente affossato chi per quasi tutto il 2020 è stato chiuso. Dei teatri si è detto, ma i titolari di cinema, agenzie di viaggio, ristoranti e chi più ne ha più ne metta, come faranno a sopportare il peso di una “tassa sulla monnezza” scontata di appena un quarto? Chiudo ricordandomi di essere un “tecnico”, cioè un commercialista che  è stato anche assessore ai tributi: se la coperta non si può allungare, se proprio non è possibile operare diversamente, non sarebbe meglio tacere? In politica si fa quello che si può, non quello che si vuole. Ma almeno non si illuda la popolazione.