A Krasnoyarsk, in Siberia, chi andava a votare poteva vincere un’automobile; nella regione autonoma di Khanty-Mansiysk erano in palio dieci appartamenti. Ricchi premi e cotillon. «Creare un clima di festa», era l’ordine del Cremlino. Impiegati statali, insegnanti e medici sono stati obbligati a partecipare – pena il bonus o addirittura il posto di lavoro. La Reuters è entrata in possesso delle direttive governative in merito. Per di più, si è potuto votare durante sei giorni, anche online. La Ong Golos, specializzata nel monitoraggio elettorale, ritiene di aver le prove di un massicio ricorso al voto multiplo organizzato. Il tutto ha funzionato. L’affluenza ha superato la soglia del 60%. Quel che i “tecnologi politici” di Vladimir Putin volevano. E tre quarti dei votanti (78%) hanno detto sì alle riforme costituzionali che permetteranno al presidente – oggi 67enne – di restare in carica fino al 2036, se lo vorrà. La propaganda per il no era vietata. Il referendum, ma chiamiamolo pure plebiscito, non aveva alcuna giustificazione giuridica.

Gli emendamenti alla Costituzione erano già stati approvati dal Parlamento e il testo della nuova legge fondamentale della Federazione Russa era già in vendita nelle librerie di Mosca. Ma Putin ha voluto una legittimazione popolare. Oltre alla norma che “azzera” i mandati presidenziali, le riforme comprendono misure conservatrici e populiste: dal minimo garantito per le pensioni a un divieto di fatto ai matrimoni gay, fino alla supremazia delle norme interne russe sul diritto internazionale. «Putin ha voluto cementare il sistema creato dopo l’annessione della Crimea nel 2014», dice la politologa Tatiana Stanovaya, direttrice di R.Politik. «In realtà, quel mondo si è da tempo eroso, e questo tentativo di restarci attaccati spaventa sia le opposizioni che l’establishment. Che non ha per adesso alcuna intenzione di “tradire” il capo, ma vorrebbe andare avanti, voltar pagina». Le analisi di Stanovaya attingono a fonti interne al Cremlino e forniscono scenari molto realistici. La politologa risponde telefonicamente al Riformista dagli uffici di R.Politik.

Ma perché Putin ha voluto questo voto? La nuova Costituzione era già stata approvata.
Non si trattava solo di legittimare il suo diritto di rimanere ancora a lungo al potere. Il referendum cambierà il rapporto del presidente con la élite che lo circonda, e che ormai lo preoccupa: col voto vuole ottenere un “certificato di pubblica fiducia” da sbandierare in faccia alla élite.

Putin ha detto di temere che, con l’avvicinarsi della fine del suo attuale mandato, i pezzi grossi dello Stato possano pensare più a trovare un successore a loro gradito che a lavorare…
E questa è proprio la ragione dell’”azzeramento” dei mandati. Si fida sempre di meno dell’establishment. La “maggioranza Putin” che lo ha portato e mantenuto al potere negli ultimi 20 anni è diventata molto potente. Si tratta di persone messe a capo dei colossi energetici e dei maggiori conglomerati statali che ormai hanno imparato a comandare a hanno diversificato i loro obiettivi. È ovvio che stiano ormai guardando al dopo-Putin. La cosa adesso viene loro di fatto impedita: questo è il senso della manovra completata con questo referendum. Putin deve avere il monopolio nella scelta del suo successore.

È ricorso al popolo per controllare l’élite, quindi. Ma Putin da tempo appare distante dai cittadini e poco appassionato ai loro problemi. È stato così anche nel corso di tutta questa emergenza sanitaria. Nei sondaggi il suo gradimento è ai minimi di sempre. Eppure i russi continuano a votare a suo favore. Perché?
L’opposizione è debole, non ha potuto organizzare manifestazioni di protesta (ufficialmente bandite causa-pandemia, ndr) e non ha un programma sociale preciso. I russi hanno votato sì ai cambiamenti costituzionali solo perché comprendono qualche beneficio sociale. Poca cosa, ma che fa sopportare misure politiche non certo popolari. Ed è anche piuttosto triste. Il clima generale non è di ottimismo ma di depressione. La qualità del supporto a Putin è cambiata: chi votava per lui nel 2000 condivideva le sue idee e la sua visione. Chi ha votato sì a questo referendum era spinto solo dalla paura che le cose possano andare anche peggio di come vanno. Putin non riesce a proporre scenari positivi per il futuro. Ha creato un’agenda negativa.

Nei giorni scorsi i giornali governativi avevano titoli come “Senza Putin i nostri nemici ci farebbero a pezzi”, o “Solo Putin può tenere a bada Trump”. Intende anche questo, per “agenda negativa”?
Appunto. La gente ha votato sì per paura.

Comunque, il Cremlino ha raggiunto il suo obiettivo.
Le autorità hanno mobilizzato il massimo di risorse per evitare sorprese. Hanno inventato un modo diverso di votare, anche elettronicamente, per più giorni. Hanno cercato di farne una kermesse popolare. Hanno creato condizioni per cui alla gente è convenuto andare ai seggi, anche per utilitarismo spicciolo. Un metodo che credo verrà ancora impiegato, in futuro. Ma non c’è stato un vero dialogo con i cittadini. E non sarà facile per il governo evitare crisi sociali e politiche nei prossimi mesi.

C’è un “Fronte del no” che ha radunato persone nelle piazze delle maggiori città per analizzare i risultati referendari. Non una vera protesta. Poca cosa, direi.
Io credo invece che in autunno le proteste ci saranno, e numerose. A livello regionale. Per motivi specifici e locali. Che però sono anche sempre politici. C’è molto scontento. C’è tensione, nella società. Non si capisce cosa prospetta il futuro. Che cosa succederà dopo Putin.

Ma lo slogan del Cremlino per mandare la gente ai seggi è stato proprio «vota per il futuro»…
E il futuro però si presenta cupo. Lo stesso Putin mi è sembrato molto cupo, nelle ultime apparizioni televisive. Come se temesse il futuro. Forse è così, e per questo il governo sta cercando di creare tutta questa pressione a colpi di “tecnologia politica” – col referendum e il nuovo modo di votare. Una pressione che anche a persone molto vicine a Putin crea ormai un certo disagio.