La prima: perché alla sardina Stephen Ogongo è venuto in mente di dare ospitalità a Casapound? Ha forse pensato che persino dietro alle più irriducibili identità politiche, le più violente, ci sia la persona umana? E che sia proprio la singola persona, spogliata di ogni ideologia sociale, strappata a ogni sua etichetta, a dovere essere convocata? A volere correre il rischio di essere persone aperte invece che chiuse al mutamento, sarebbe dunque necessario dare libero ingresso a uno spazio senza più recinti e discriminazioni? Eppure la piazza è dispositivo storico della “città” e questa è tutt’altra cosa in quanto sistema di valori politici. La storia sociale del presente ha conservato, trasformandole in ben altre dimensioni materiali, fisiche, e immateriali, invisibili, le stesse mura e porte di recinzione del suo passato antico, rinascimentale e moderno. Eppure credo davvero che – al di là delle intenzioni reali di Ogongo e della cattiva fede dei Casapound – uno dei nodi teorici e pratici che il liquido fluttuare delle sardine dovrebbe aiutarci a sciogliere potrebbe riguardare proprio la necessità di sapere separare, sradicare, la persona dai ruoli politici in cui è stata così a lungo (da sempre?) imprigionata.

La seconda occasione di riflessione. Le sardine «sono una richiesta di aiuto alla politica» ha detto Filippo Rossi, autore di un titolo illuminante come Dalla parte di Jekyll: Manifesto per una buona destra (2019). È una richiesta che ci auguriamo nessuna sardina rivolga persino al migliore offerente. Ma di certo c’è da temere che possa farsi avanti la seduzione di una destra capace di rinnovarsi solo un poco di più della sinistra. Anche se molto di più, invece, rispetto all’infestante circolo vizioso tra neo-sovranismi e vetero-fascismi: l’idea di Rossi ha infatti l’astuzia di sostituire alla micidiale opposizione destra/sinistra quella tra i conservatori che sanno fare il loro mestiere e quelli che lo hanno disperso e perduto.  Sui social leggo di molti della sinistra classica – o del popolo democratico – che rivendicano di essere anche loro presenti in piazza per sedare la propria frustrazione e insieme soddisfare le loro speranze. Dunque essa è espressione tutt’altro che uniforme, uniformata in una sola esclusiva identità. La piazza diventa così una versione post-postmoderna di folla, non più quella in chiave metropolitana e post-metropolitana, tutta accentrata su di sé, ma quella in cui i nodi della rete corrispondono ai luoghi, sottostanti e sovrastanti, del territorio. E su questo si fonda la natura internazionale, europea e potenzialmente globale, di chi insorge nel segno delle sardine. Sul fatto che la loro cittadinanza vive del virus che le reti propagano in tempo reale: la scintilla di un sentire comune sospeso nell’intermezzo così tipico delle folle che protestano e più ancora testimoniano: ancora indecise tra ribellione, rivolta e ascolto.

Mattia Santori, sardina leader anche lui, a chi gli domanda se loro ascoltino la voce di esponenti del Pd, risponde: «Non ci chiama Zingaretti, ci chiamano altri che ci dicono: ma perché non sentite Zingaretti?». E aggiunge: «Non è ancora tempo. Noi dobbiamo trovare un dialogo con la politica, ma non siamo ancora pronti né a trovare i punti del dialogo né un interlocutore politico». Mi viene in mente una dichiarazione di tanto tempo fa: «Così noi Uccelli occupammo la cupola del Borromini e iniziò il Sessantotto». Ma che la storia non si ripeta! È la sua ripetizione a impedire che venga sconfitta.