«Mi rendo conto di quanto ingrato sia il compito, fratello, e il nostro potrebbe sembrare un gesto da malfattori…». Sembra una lettera dalla fine del mondo, quella pubblicata da Rita Bernardini sul Riformista. Il mittente potrebbe essere uno dei 39 marinai lasciati a presidio dell’isola Hispaniola da Cristoforo Colombo, nel 1493. Ma A.T. non somiglia al Domingo di Josè Manuel Fajardo. E il carcere di Parma i colori smaglianti delle perle caraibiche non potrebbe recuperarli neppure dentro una spropositata sbronza. Pure se il carcere, in Italia, un po’ lo è la fine del mondo: soprattutto se si finisce nei gironi infernali del 41bis. Che il 41bis è un mondo di infinito dolore, impossibile da raccontare. Impossibile da credere, fuori, in Italia. Neppure se lo si raccontasse benissimo. Sta nelle categorie degli incubi, si rimuovono appena aperti gli occhi. E gli occhi, in Italia, sul 41bis, nessuno quasi vuole o osa tenerli aperti. Lo fanno in pochi, pochissimi sopravvissuti di una cultura libertaria o di qualche setta umanistica. In questo senso, Rita Bernardini è un reperto preistorico, un ombrellone aperto d’inverno su una spiaggia deserta.

Scrive A.T. di trovarsi da più di tre anni al 41bis, e dopo i primi mesi trascorsi nel circuito, generico, meno afflittivo solo per modo di dire, di essere stato trasferito nell’area riservata del 41, il regime più ferreo. Ciò senza un necessario provvedimento giudiziario o ministeriale. Intanto, nei tre anni di area riservata, la sua condizione processuale è pure mutata, è stato assolto dal 416bis, che è condizione per il differimento penitenziario. Si scrive e si pensa: ma chi la legge questa roba? Chi vuole sentirsi complice di questo inferno? Pochi. I pochissimi come la Bernardini che sono ormai le ossa assise dal sole e dal sale sopra una sabbia fine e bianchissima. A.T. nell’area riservata del carcere di Parma, a suo dire, ci sta per una decisione interna, che ritiene illegittima. Fa la dama di compagnia a un super boss, di quelli destinati a consumarsi nel girone più duro del 41. Scioperi della fame, lettere, l’attesa del ricorso.

Parole. A.T. è Domingo, che scrive una lettera dalla fine del mondo, e non si capacita di essere stato mollato su un isola, e non ci crede al ritorno della Nina o della Pinta o della Santa Maria. E nemmeno Rita Bernardini può andarlo a trovare. Un colloquio al mese, video e audio registrato, al di là di un vetro, la posta censurata. Una recita di un’ora perché ogni parola, ogni gesto, possono essere fraintesi, puniti. Dieci chili fra mangiare e vestire e ci si rivede, forse, fra un mese. Uno, due anni, poi il cervello fa acqua, la mente s’ingroppa a una barchetta alla deriva. A.T. scrive lettere, si lamenta di stare nell’area riservata del 41bis, senza ragione. Fa la dama di compagnia, come un tempo le nobildonne di rango inferiore a quelle di sangue più blu. Ma la sua cella è distante, in un castello che sta alla fine del mondo, pure se è a Parma. E l’Italia è lontana, da tempo ormai, dall’altra parte della luna.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.