Prevenzione, potenziamento della medicina territoriale e dell’assistenza domiciliare, migliaia di assunzioni da fare. Ecco di cosa avrebbe bisogno la sanità campana. Serve un piano rivoluzionario per la regione, probabilmente il primo punto della lista delle cose da fare per chi assumerà la guida di Palazzo Santa Lucia. La pandemia ha messo in evidenza il disastro perpetrato ai danni della sanità pubblica. La Campania ha pagato un prezzo altissimo anche per effetto del commissariamento della sanità che per anni ha comportato il blocco del turnover facendo perdere circa 15mila operatori sanitari al sistema regionale. Basti pensare che il Veneto, con un milione di cittadini in meno rispetto alla Campania, dispone di circa 12mila operatori sanitari in più.

«Ecco perché è indispensabile un patto per la salute – spiega Lorenzo Medici, segretario regionale Cisl Funzione Pubblica – che sia fondato su due pilastri: un piano di reclutamento speciale e il rilancio della medicina territoriale, oggi del tutto inesistente. Bisogna capire che all’ospedale ci si deve rivolgere solo in ultima istanza, cioè per curare le patologie acute, e che la prevenzione e la cura devono quindi avere spazio sul territorio. Il che significa privilegiare l’assistenza domiciliare». La nuova medicina generale dovrebbe funzionare in questo modo: un paziente, che si reca dal proprio medico di base, può fare presso l’ambulatorio tutti gli accertamenti standard (primo livello dell’assistenza); qualora dovesse emergere una situazione clinica anomala, il paziente verrebbe indirizzato verso uno specialista ambulatoriale (secondo livello) che a quel punto procederebbe con indagini più approfondite; solo dopo questi primi due passaggi, se necessario, al paziente verrebbe suggerito di recarsi in ospedale (terzo livello).

Il tutto dovrebbe avvenire nello stesso edificio, in tempi brevi e semplificando le procedure al paziente che spesso si trova a dover saltare da un medico all’altro, da uno studio o da un ospedale all’altro. Non ci sarebbe più bisogno di recarsi in ospedale per una spirometria o un elettrocardiogramma. però rafforzare la medicina territoriale vuol dire, prima di tutto, assumere personale sanitario. «In questo concetto emerge chiaramente il deficit di governance della Regione che allo stato non ha varato un programma vero per reclutare attraverso un cronoprogramma chiaro le figure professionali funzionali al decollo della medicina territoriale e di prossimità – sottolinea Medici – che è decisiva per assicurare un’assistenza di qualità alla popolazione. Dell’infermiere di quartiere, istituito e finanziato dalle linee-guida ministeriali, in Campania non vi è traccia. E parliamo di 913 infermieri secondo i parametri dettati da decreto».

Bisogna cambiare l’approccio all’idea di sanità e passare dal concetto di cura a quello di salute, dunque. Il Covid-19 ha insegnato che occorre programmare una risposta tempestiva con interventi veloci, senza aspettare che si vada in ospedale per essere intubati. Qui torniamo sempre al punto di partenza: manca il personale e la Campania detiene il primato come Regione peggiore in fatto di spesa per la sanità pubblica: in Campania si sborsano 1.723 euro per residente contro i 2.015 della Valle d’Aosta, i 1.904 della Lombardia o i 1.945 del Friuli Venezia Giulia. «Altro passaggio fondamentale è il superamento del precariato nel quale si trovano più di 2mila unità indispensabili e la loro messa in sicurezza – dice Medici – Così come lo scorrimento delle graduatorie degli idonei. Insomma, occorrerebbe una visione di insieme che oggi manca e che non vediamo presente nel dibattito politico elettorale».

Si parla di tutto e si fa niente. Occorre capire che rafforzare la sanità pubblica è l’unico presupposto per attivare politiche serie di sviluppo: sanità e lavoro saranno un binomio imprescindibile per la crescita dell’economia. «La classe politica campana – conclude il segretario regionale della Cisl Funzione Pubblica – è chiamata ad alzare il livello di responsabilità mettendo al centro la salute dei cittadini come bene primario, recuperando anni di ritardi e di cattiva gestione che hanno determinato liste di attesa infinite e viaggi della speranza verso le strutture sanitarie del Nord che costano circa 470 milioni al sistema campano».