La “mossa del cavallo” è arrivata quando nessuno la immaginava più seppure molti in realtà la stessero cercando. Ha avuto il garbo di scegliere un tema “indolore” in questa fase politica dominata nuovamente dall’allarme sanitario, una piccola grande riforma costituzionale come dare il voto ai 18 enni al Senato. Qualcosa che pesa tanto ma non troppo e comunque quel tanto che serve per creare “un serio problema politico alla maggioranza”. Le carte le ha date ancora una volta Matteo Renzi. E dietro le motivazioni tecniche – “vogliamo una riforma più organica, completa e condivisa” – c’è in realtà un piano per correggere l’agenda di governo e mettere mano alla squadra. Un obiettivo di molti nella maggioranza, più di quello che viene reso noto. Così, alla fine, Renzi sembra aver fatto quel lavoro “sporco” che altri nel Pd ma anche tra i 5 Stelle, hanno in animo di fare senza però trovare l’occasione.

Conviene partire dai fatti. Ieri mattina, intorno alle 10 l’aula della Camera, come da calendario, doveva votare (sarebbe stato il terzo e penultimo passaggio) l’approvazione del voto ai diciottenni per il Senato. È uno dei famosi “correttivi” per rendere digeribile il taglio dei parlamentari, a cui di recente il segretario dem ha aggiunto altri pezzi importanti come il superamento del bicameralismo perfetto, la sfiducia costruttiva, una legge elettorale con sbarramento al 5%. Ora, quello delle riforme è sicuramente un tema importante. Ne sa qualcosa Stefano Ceccanti che dedica anima e corpo a questo dossier. In questo momento però sono ben altri i dossier che contano: come evitare un nuovo lockdown; come avere una sanità che funziona; quali progetti presentare “presto e bene”– ha suggerito ieri il Capo dello Stato – per poi accedere ai 209 miliardi del Recovery fund; che succede nella contesa con Autostrade e in quella di Alitalia dove continuiamo a buttare soldi a pioggia. Come far ripartire il Paese, lavoro, infrastrutture, pubblica amministrazione che funziona, la rete unica per la banda larga, istruzione, università e ricerca. Un partita pazzesca, per l’Italia e per l’Europa, che però il governo Conte fatica a giocare per divergenze nella coalizione.

Gli alibi sono finiti il 21 settembre quando le urne delle regionali hanno chiarito che il Pd ha la golden share del governo che una volta era dei 5 Stelle. Il problema è che dal 21 settembre, nonostante i buoni propositi, l’immobilismo nell’azione di governo è sempre lo stesso. Dieci giorni fa Matteo Renzi ha chiesto a Conte e alla maggioranza un “tavolo” proprio per registrare agenda e azione di governo. La richiesta è rimasta nell’aria. I numeri del contagio, il nuovo Dpcm, le previsioni (nefaste) di un altro lockdown a Natale hanno occupato l’ultima settimana. E in questi giorni molti deputati e anche senatori Pd, di varie correnti, sono sembrati rassegnati: «Qui non succede più nulla, resta tutto così fino al 2023».

Si arriva quindi a ieri mattina. Con la richiesta di Iv di rinviare il voto sui diciottenni. Una mossa che i renziani hanno studiato la sera prima fino all’una del mattino. E che Maria Elena Boschi ha così sintetizzato: «Dopo l’ottimo risultato di mercoledì con il voto a maggioranza assoluta sulla Nadef e per cui Iv è stata decisiva alla Camera e al Senato, oggi abbiamo chiesto in Aula un rinvio perché sulla riforma costituzionale è necessaria una visione d’insieme». Il Pd resta spiazzato. Qualcuno sussurra: “Era l’ora…”. Formalmente dem e 5 Stelle hanno attaccato a testa bassa Matteo Renzi e Italia viva: «Non ha rispettato i patti, sono in cerca di qualche sottosegretario in più». Giuseppe Brescia, il presidente grillino della commissione Affari costituzionali ha stoppato i lavori “in attesa di un chiarimento”. Graziano Delrio, il capogruppo Pd, dopo aver giudicato “estremamente grave quanto successo”, finisce anche lui per chiedere “al presidente del Consiglio un chiarimento ai massimi livelli”.

In realtà, lo stop di Iv al voto per i diciottenni diventa per tutti l’occasione per chiedere la verifica politica tanto attesa. C’è chi lo chiama “tavolo”, chi “chiarimento”. Tutte le correnti del Pd – da Orfini a Orlando passando per Delrio e Base Riformista – tranne Franceschini lo chiedono dall’estate. Quando ha iniziato a crescere il malcontento per come il governo sta gestendo la crisi economica, quella sanitaria e i rapporti tra le forze di coalizione. Un “chiarimento” che adesso è diventato inevitabile.