La trasmissione sa scegliere i bersagli con cura certosina
Report riapre un caso archiviato e trasforma papà La Russa in un golpista (con i soldi nostri). La selettività del garantismo televisivo
È possibile che in questo Paese un padre non possa dire di credere a suo figlio senza che questo diventi prova di un abuso istituzionale? Pare di sì. Almeno secondo Report.
Domenica sera Sigfrido Ranucci ha dedicato l’apertura della sua trasmissione — finanziata dal canone, cioè da lei, da me, dal panettiere sotto casa — a Ignazio La Russa. Titolo: “In nome del padre”. Suggestivo, quasi evangelico. La realtà è più prosaica: un padre ha detto di credere al figlio. Questo, secondo la vulgata progressista che alimenta certe redazioni, costituisce una minaccia alla Repubblica.
I fatti, però, sono ostinati. Leonardo Apache La Russa è stato accusato di violenza sessuale per una vicenda del maggio 2023. La Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione dopo un’indagine «particolarmente lunga e accurata». Il GIP ha accolto con decreto di archiviazione: un PM e un giudice hanno valutato le prove e concluso che non c’erano gli estremi nemmeno per il rinvio a giudizio. Caso chiuso. O almeno, così dovrebbe funzionare uno Stato di diritto.
E La Russa padre? Reo di aver dichiarato: «La mia convinzione di padre è di credere a mio figlio: non c’è niente di male che lo dica». Parole scandalose. Eppure non ha interferito con le indagini, non ha convocato magistrati, non ha emesso circolari. Ha fatto il padre. L’inchiesta allarga poi il campo ai fratelli che lavorano e fanno politica. La domanda è semplice: è forse vietato che i figli di un presidente del Senato abbiano ambizioni? Manzoni aveva già risposto: la colpa non si trasmette per via ereditaria.
Quel che colpisce è la selettività del garantismo televisivo. Le archiviazioni si rispettano quando riguardano i propri, si contestano quando riguardano gli avversari. Curioso che durante il referendum sulla separazione delle carriere l’ANM — la categoria che per definizione dovrebbe incarnare la terzietà — sia scesa in campo come un partito politico, con comunicati e campagna attiva per il No. Report non le ha dedicato un minuto. Evidentemente una magistratura che fa politica elettorale è meno pericolosa di un padre che dice «credo a mio figlio». Del resto, salvo le memorabili sortite come lo scoop di Nordio al ranch uruguayano — smentito in diretta, con conseguente richiamo ufficiale della Rai — la trasmissione sa scegliere i bersagli con cura certosina.
Voltaire ammoniva che il pericolo per la libertà non è il tiranno dichiarato, ma il censore che si maschera da difensore della verità. Ignazio La Russa, finché non sarà provato il contrario con una sentenza passata in giudicato, resta un padre che ha creduto a suo figlio. Uno scandalo da prima serata. Con i nostri soldi.
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