Lo scalpo di Pasquale Zagaria è pronto. Magari per essere esibito nella prossima trasmissione di Massimo Giletti. Lo ha chiesto a gran voce, chiamandolo con nome e cognome, il quotidiano La Repubblica lo scorso 3 settembre, con titoli gridati e aspri rimbrotti ai giudici di sorveglianza, chiamati con sprezzo “ammazzasentenze”. Legnate anche al ministro Bonafede che non era stato capace di far applicare il proprio decreto manettaro (e forse incostituzionale) di maggio che smentiva quello di marzo.

Così intanto un giudice l’hanno trovato. Lontano da quello di Berlino, cioè di Sassari, Riccardo De Vito, quello che aveva scarcerato e che non si era fatto intimidire. Così Pasquale Zagaria torna in prigione, dopo cinque mesi trascorsi, in seguito al differimento della pena concesso dal tribunale di sorveglianza di Sassari, tra casa e ospedale in Lombardia, vicino ai suoi familiari. Non è scappato, non ha commesso reati. Ha solo cercato di curarsi. Non c’è niente di nuovo nella sua situazione sanitaria né problemi di sicurezza che giustifichino il nuovo provvedimento che gli nega la proroga degli arresti domiciliari. Zagaria non è certo guarito dal grave tumore alla vescica che gli impone cure ospedaliere costanti e indifferibili, né è considerato un detenuto pericoloso o ancora contiguo alla camorra (di cui suo fratello Michele è uno dei capi) almeno dal 2011, come aveva scritto e certificato la Corte d’Appello di Napoli nel 2015.

Del resto lui non ha mai commesso reati di sangue e, poco dopo il suo arresto nel 2006, ha reso piena collaborazione alla magistratura. E in seguito è stato un detenuto perfetto. Però lo lasciano al 41bis e lo trattano da “boss”. Certo, se avesse fatto il “pentito” non ci sarebbe stato nessun problema. Sarebbe da tempo libero e riverito. Ma c’è comunque anche un altro motivo, per cui i giudici hanno continuamente prorogato il differimento della pena, nonostante il costante e pervicace parere contrario della procura distrettuale antimafia di Napoli. È il ricorso alla Corte Costituzionale presentato, proprio a partire dal suo caso, dal tribunale di sorveglianza di Sassari. Il quale ha posto la questione di illegittimità costituzionale rispetto al decreto con il quale il ministro Bonafede aveva nei fatti condizionato la libertà decisionale dei giudici al parere sia della Procura nazionale antimafia che dei singoli Pm che avevano svolto le indagini di ogni processo.

Quel decreto è incostituzionale, hanno sostenuto i magistrati del tribunale di sorveglianza, perché limita l’autonomia e l’indipendenza dei giudici, riducendo il loro potere di valutazione in merito alla decisione di revocare i domiciliari e perché realizzerebbe un’illegittima ingerenza del potere esecutivo-legislativo in quello giurisdizionale. Ed è singolare che il giudice di sorveglianza di Brescia che ha mandato in grande fretta Zagaria al carcere di Opera, nel settore dei detenuti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41 bis dell’Ordinamento penitenziario, non abbia tenuto in nessun conto il ricorso dei suoi colleghi. Ha messo invece subito le mani avanti, il dottor Alessandro Zaniboni, definendo “tranquillizzante” la condizione sanitaria di Zagaria e chiarendo che il diritto alla salute è “preservabile anche in detenzione carceraria”. Una svolta che pare poco comprensibile, soprattutto se si considera che sul fascicolo carcerario di Zagaria non c’è scritto “fine pena mai”, ma “fine pena 2025” , cioè tra una manciata di anni. Qual è dunque il motivo di tanta fretta, di tanta ferocia nei confronti di una persona gravemente malata e assolutamente non pericolosa?

Certo, il giudice di sorveglianza avrà tenuto conto del parere dei pubblici ministeri di Napoli, visto che glielo impone un decreto ministeriale. Anche se in odore di incostituzionalità. E infatti non più tardi di quindici giorni fa i Pm napoletani avevano già dato il loro parere negativo alla proroga dei domiciliari e i capi del Dap Dino Petralia e Roberto Tartaglia si erano affrettati a indicare Opera come la struttura penitenziaria più adatta. Erano i giorni in cui il quotidiano La Repubblica aveva lanciato il suo allarme. Metà dei boss è ancora a casa, aveva strillato, tirando le orecchie al ministro Bonafede, perché il suo decreto non era stato ancora del tutto applicato. E aveva citato proprio il caso di Pasquale Zagaria, imputando ai giudici di Sassari e al loro ricorso alla Corte Costituzionale, la responsabilità di questo ritardo nel far scattare le manette. Quegli articoli dei primi giorni di settembre si erano anche trasformati in boomerang per il quotidiano. Perché proprio La Repubblica, ai primi di maggio, aveva denunciato lo scandalo di “376 boss scarcerati”.

«Ecco la lista riservata che allarma le procure», era stato il titolo di apertura del quotidiano. Salvo doversi poi smentire proprio il 3 settembre, quando, nel lanciare il nuovo allarme sulla “pigrizia” dei giudici e tribunali di sorveglianza nell’arrestare, aveva dovuto ammettere che solo 223 detenuti erano stati posti ai domiciliari a causa del rischio Covid, cioè sulla base del decreto “Cura Italia”. Gli altri erano stati provvedimenti di ordinaria amministrazione. E di questi 223 solo 112 erano rimasti ancora ai domiciliari. Quanti boss, tra questi? Meno di una decina. Figuraccia. Comunque l’allarme di Repubblica a qualcosa è servito. A presentare lo scalpo, nel giro di due settimane, di Pasquale Zagaria. Alla faccia del tumore, della non pericolosità del condannato, della prossima scadenza del fine pena, del ricorso alla Corte Costituzionale. Alla faccia dei basilari principi di umanità, prima ancora che di diritto.