I fatti di Modena
Revocare la cittadinanza italiana a chi è imputato per strage: massima sanzione simbolica
Le scene di orrore accadute a Modena riaccendono una ferita che va ben oltre la cronaca nera e il dibattito sui servizi di igiene mentale. Quando ci si lancia a cento all’ora nelle vie dello shopping travolgendo i passanti e brandendo un coltello, la domanda collettiva è cercare una matrice, un’appartenenza, un perché ideologico. Ma quando l’antiterrorismo fa un passo indietro e la pista della radicalizzazione sfuma, emerge un’altra realtà, forse ancora più complessa da metabolizzare e accettare. Lo sciagurato protagonista è un cittadino italiano. Un italiano di seconda generazione, nato nel nostro Paese dove ha conseguito la laurea in Economia. Qui la cronaca si ferma e inizia la politica e la filosofia del diritto. Ed è qui che scatta la provocazione, tanto divisiva quanto necessaria: se il nostro ordinamento prevede già la revoca della cittadinanza, solo come eccezione e per reati gravissimi legati al terrorismo, perché non estendere questa misura a chi compie stragi indiscriminate contro la popolazione, a prescindere dal movente ideologico? Essere un cittadino del nostro Paese non è semplicemente un timbro su un passaporto o una semplice pratica burocratica. È cosa molto più seria e complessa. È un vero e proprio contratto sociale. Un patto di mutua protezione e condivisione di valori tra l’individuo e la comunità che lo accoglie e in cui cresce.
Oggi la legge italiana stabilisce che la cittadinanza non si perde per reati comuni, nemmeno per i più efferati. Chi commette una strage viene processato, condannato e sconta la pena in un carcere italiano, da cittadino italiano. L’eccezione della revoca è strettamente riservata a chi attenta alla sicurezza dello Stato o sposa la causa del terrore internazionale. Ma ora domandiamoci: per chi si vede piombare un’auto addosso in un tranquillo sabato pomeriggio, che differenza fa se il conducente gridava a uno slogan fanatico o era in preda a un delirio personale? Il danno alla comunità, la violazione del patto originario e la lacerazione del tessuto sociale non sono gli stessi? E quindi il punto non è cedere a populismi o creare cittadini di serie A e di serie B, che, a giusto titolo, la nostra Costituzione respinge. La provocazione sta nel chiedersi se la rigidità della norma attuale sia ancora al passo con i tempi.
Valutare la revoca della cittadinanza caso per caso, di fronte a reati con l’imputazione di strage, potrebbe essere lo strumento per restituire sacralità allo status di cittadino? Se la cittadinanza è il massimo riconoscimento che lo Stato offre, la sua perdita dovrebbe essere la massima sanzione simbolica per chi decide di dichiarare guerra alla società civile. Modena ci lascia una scia di feriti, drammi familiari e una comunità sotto shock. Ma ci lascia anche un compito: smettere di considerare i diritti acquisiti come dogmi intoccabili e iniziare a pensare se, di fronte all’orrore, anche le norme devono essere ripensate. Cittadinanza acquisita dalle seconde generazioni e ius soli: è ora di aprire un dibattito serio, etico e responsabile.
© Riproduzione riservata








