Ha diviso la sua lunga e importante vita pubblica tra magistratura, università e politica. È stato presidente della Camera dei deputati dal maggio 1996 al maggio 2001, e prim’ancora presidente della commissione parlamentare Antimafia. Più volte parlamentare, Luciano Violante ha sempre mantenuto un profilo “piemontese”, fatto di rigore e competenza, passione civile e senso delle istituzioni, rischiando di persona, come nel periodo – erano gli anni di piombo – in cui è stato giudice istruttore, fino al 1977, a Torino. Il Riformista l’ha intervistato sui temi più caldi di uno dei dossier più incandescenti: la Giustizia.

La riforma Cartabia è stata licenziata dal Consiglio dei Ministri, e blindata con il doppio voto di fiducia alla Camera dei deputati, dopo un faticoso confronto interno alla maggioranza e ritocchi non marginali, al punto che c’è chi parla di “stravolgimenti” e di “vittoria dei pm”. Lei come la vede?
La discussione parlamentare non è un gioco per vincere una partita. Il confronto e il compromesso, sempre necessari, diventano indispensabili ogni qualvolta si discute del rapporto tra autorità e libertà. Il testo finale garantisce il giusto equilibrio tra questi due valori.

Nel vivo del dibattito sulla riforma, il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, e con lui diversi procuratori oltre l’immancabile Anm, ha sostenuto che con la riforma della prescrizione della ministra Cartabia,, almeno nella sua versione originaria, “il 50% dei processi sarà improcedibile”, per poi aggiungere: “Sarà più conveniente delinquere”. Non è una indebita invasione di campo?
Non è una invasione di campo. Rispetto quei giudizi, ma mi sembrano frutto di una lettura non sufficientemente approfondita dell’intero testo. È come guardare una stanza dal buco della serratura. Vedi solo un mobile e ritieni di poter giudicare l’intero arredamento della stanza da quell’unico mobile che hai visto.

“Le toghe che vogliono scrivere le leggi: ecco la vera emergenza”, sostiene Gian Domenico Caiazza in un articolo su questo giornale…
Su una riforma così importante è giusto che si esprimano avvocati, magistrati, studiosi. Sarebbe stato utile ascoltare anche i funzionari delle cancellerie, che conoscono meglio di chiunque altro le dinamiche dei processi. Ciascuno possiede alcune verità. Ed è animato da specifiche preoccupazioni. Poi l’autorità politica ascolta, valuta e decide.

La riforma Cartabia non esaurisce le questioni legate al funzionamento e all’organizzazione della giustizia. Alcuni di queste problematiche – la separazione delle carriere, la responsabilità civile dei magistrati etc.. – sono al centro dei referendum promossi dei Radicali. Come valuta questa iniziativa e, nel merito, quali sono le sue posizioni?
Ho molti dubbi. Il problema della responsabilità dei magistrati è certamente questione seria e si connette alla loro selezione, alle valutazioni nel corso della vita professionale, alle verifiche della operosità e della competenza. Dubito che questi problemi possano risolversi facendo causa al magistrato. La responsabilità civile, uno dei quesiti referendari, già esiste: la vittima viene risarcita e lo Stato può poi decidere se rivalersi o meno sul magistrato. I referendari dicono no: che paghi direttamente la toga. Sa qual è il problema? Che il magistrato ha sempre davanti a sé due parti: una ha torto e l’altra ha ragione, c’è poco da fare. E quindi una resta sempre insoddisfatta. Dovessero cambiare le regole, il magistrato verrebbe esposto all’aggressione del soggetto economicamente più forte, più interessato a intimidire che non preoccupato della condanna: a quel punto il magistrato non potrà più svolgere processi contro quella persona, dovrà pagarsi un legale, e via di questo passo. I soggetti deboli verrebbero penalizzati. C’è poi il rischio di scaricare sul privato i costi delle disfunzioni. Ma le disfunzioni vanno risolte non dal privato che si ritiene danneggiato; vanno risolte dal Parlamento, dal Governo e dal Csm. Reputo che possa essere pericolosa anche la questione della separazione delle carriere, un altro dei quesiti, perché le Procure già oggi sono un corpo separato. Accentuarne la separatezza vorrebbe dire spostare i pm dal terreno della giurisdizione a quello dell’inquisizione. Avremmo circa 1500 inquisitori del tutto indipendenti, con una propria polizia giudiziaria, grandi poteri in tema di libertà, beni e reputazione dei cittadini. Sarebbe, temo, un passo indietro per le libertà di tutti. Sarà bene discuterne serenamente; perché i problemi ci sono, ma forse le soluzioni non sono adeguate. È giusto che il popolo si pronunci su temi così importanti, ma il popolo dev’essere informato, prima di scegliere. I Vangeli ci dicono che un popolo disinformato scelse di condannare a morte Gesù e di salvare Barabba.

In una sinistra alla ricerca di identità, un tema su cui molto si dibatte è quello del garantismo. Non solo in rapporto alla giustizia, ma ai diritti sociali e alla sicurezza. Come la vede in proposito?
La sinistra ha come obbiettivo quello di migliorare il mondo; la destra quello di convivere con il mondo. In un mondo così mutevole come quello contemporaneo, la sinistra deve continuamente adattare al cambiamento d’epoca i contenuti della sua identità, che sono eguaglianza, progresso, libertà, conoscenza. Di qui l’impressione della continua ricerca. Il garantismo, che è una nobile parola, a volte è stata usata per occultare l’impunitismo la domanda di impunità per i più forti. I diritti sociali, libertà da, a volte sono stati trascurati a sinistra, in nome delle libertà individuali, libertà di. Oggi si sta cercando un equilibrio migliore tra le due libertà. Nei diritti sociali rientra il diritto alla sicurezza; i più toccati dalla insicurezza sono i ceti più deboli. Perciò la sicurezza dev’essere, a mio avviso, uno dei temi qualificanti della sinistra.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.