Prima di affrontare alcune questioni legate al tema dell’ambiente è importante approfondire le modalità (e i contenuti) del linguaggio delle forze politiche di governo. In primo luogo vanno evidenziate le dichiarazioni roboanti sulla tutela del clima alle quali seguono azioni inconsistenti o inesistenti. “Rivoluzione verde” è il concetto recentemente espresso da quella politica governativa che non si declina in alcun vero progetto e che, in definitiva, appartiene alla visione irenista-progressista, generica e fumosa, della “decrescita felice”. Il tutto attraverso l’applicazione dell’economia circolare, della transizione energetica, della decarbonizzazione. Certo si sta parlando di un’impresa titanica, ma non si vede all’orizzonte alcuna azione seria concreta.

Anche a livello locale le forze di governo omologhe non sono in grado di garantire alcun servizio essenziale per il decoro delle città. Allora viene naturale pensare come sia possibile che una tale cultura politica assolutamente incapace di organizzare, con un minimo di decenza, la raccolta dei rifiuti o la potatura delle piante, possa esprimere, a livello nazionale, un grado di efficienza e competenza per affrontare i cambiamenti climatici e la decarbonizzazione del paese. È una decrescita infelice (e anche triste) quella che sta attanagliando Roma. Ovunque abbandono ambientale e sociale. Il degrado ambientale attira l’emarginazione sociale. I manufatti urbani vengono divelti, oltraggiati e non vengono riparati. Abbandonati al loro destino, faranno parte del nuovo paesaggio urbano al quale si abituerà il cittadino sempre più frustrato e depresso. Il degrado dell’urbe degrada la coscienza del cittadino che si allontanerà, sempre di più, dai comportamenti virtuosi e civili.

Non esiste il progetto e manca del tutto il concetto di presente e di responsabilità. I governi precedenti sono ritenuti colpevoli di ogni nefandezza, le leggi appena approvate rimandano ad un futuro più o meno prossimo con la possibilità di ulteriori rinvii. È in auge una sorta di abolizione del presente anche nelle polemiche politiche più virulente susseguenti a disastri ambientali. In un certo momento, solo dopo qualche giorno da una qualsivoglia crisi o disastro ambientale, si apre il buco nero della dimenticanza. Venezia, l’Ilva di Taranto, il dissesto idrogeologico, sono argomenti scomparsi. Né esiste alcun monitoraggio ambientale di controllo da parte del Parlamento e del popolo italiano. Sono stati stanziati veramente dei fondi? Sono iniziati i lavori? Chi sta operando? Chi è il committente, chi il controllore? Qual è lo stato dei lavori di bonifica e riassetto? Esiste un crono programma?

Sulla questione esplosiva dei rifiuti, dove il ruolo della malavita organizzata è rilevante, qual è il progetto del governo? Dopo l’incontro tra ministro, presidente di regione e sindaco di Roma qual è lo stato della organizzazione della raccolta e dello smaltimento? Da questo governo ci sono solo risposte demagogiche. Anche la componente governativa più strutturata è contrita e subisce le declamazioni escatologiche dei compagni di percorso più baldanzosi e impuniti anche se prossimi al baratro della dissolvenza.