Il lavoro nobilita l’uomo, recita un antico proverbio. La mancanza di lavoro è tra le cause del degrado e della criminalità, sostengono quelli che studiano le dinamiche sociali. Il lavoro sarà la priorità, promettono i politici salvo poi non riuscire quasi mai a mettere i pratica quello che dicono. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, recita la nostra amata e a volte dimenticata Costituzione. Già, il lavoro. Un tema centrale nella vota di ognuno. Anche di chi vive dietro le sbarre, se è vero che è l’ago della bilancia negli equilibri della vita di ogni cittadino. In Campania, regione con i più alti livelli di disoccupazione, sembra quasi un’incongruenza parlare di lavoro per i detenuti, perché ci sono migliaia di disoccupati nel mondo fuori dal carcere.

Ma questo non può essere l’alibi per evitare di affrontare di petto uno dei nodi centrali del sistema penitenziario, uno dei tanti nodi irrisolti che ingarbugliano la funzione rieducativa della pena costituzionalmente prevista, mortificano i diritti di chi vive dietro le sbarre, rendono un inferno i luoghi della pena. I dati sui suicidi e sulle morti in cella hanno raggiunti cifre che urlano tutta la violenza che c’è nel mondo penitenziario, tutta la drammaticità, tutto il fallimento dell’intero sistema. Di carcere si è sempre parlato poco, perché non è un tema che interessa alla politica, non fa avere voti, non incide sui consenti populistici e popolari. Anzi, per decenni si è cavalcata l’onda del populismo giustizialista e tutti a dire che bisognerebbe buttare la chiave, salvo poi ritrovarsi con una società sempre più votata alla violenza, con tassi di recidiva alti e un senso di insicurezza ancora più diffuso di prima.

Che vuol dire? Vuol dire che la direzione deve essere un’altra, che bisogna rendere i luoghi della pena luoghi di responsabilizzazione e reinserimento sociale in modo da ridare alla pena la sua naturale funzione, quella di rieducare come dice la Costituzione. Vuol dire tener presenti studi ed esempi europei secondo cui la recidiva si abbassa nei casi di detenuti che hanno seguiti percorsi alterativi alla reclusione finalizzata a sé stessa, che in carcere hanno avuto la possibilità di studiare e di lavorare. Torniamo al lavoro. Che in carcere non c’è. Che a volte non c’è nemmeno per quelli che potrebbero beneficiare di misure alternative, figurarsi per chi è in cella e basta. «Eppure il lavoro in carcere dovrebbe essere una parte fondamentale del percorso trattamentale e del processo di risocializzazione delle persone detenute», ci ricorda Antigone, associazione impegnata da anni nella tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario. «Eppure in carcere il lavoro è poco e nella maggior parte dei casi dequalificato e con scarsa spendibilità all’esterno». Antigone ha visitato diversi istituti di pena e raccolto dati relativi alla presenza di esperienze lavorative nei percorsi di recupero dei detenuti. Il risultato è questo: in media solo il 33% dei detenuti è impiegato alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e solo il 2,2% dei reclusi è in media impiegato alle dipendenze di altri soggetti.

Questi numeri descrivono la situazione all’inizio dell’anno. E sono numeri ancor più avvilenti quelli che fanno riferimento alla realtà napoletana, e più in generale campana. In Campania, infatti, queste percentuali scendono drasticamente fino ad arrivare allo 0,3%. A Poggioreale, tanto per prendere come riferimento il più grande carcere della città, della regione e per la verità dell’Italia intera, su una popolazione di oltre duemila detenuti (si arriva a sfiorare e talvolta a superare i duemiladuecento reclusi) è merso che lavorano solo in 280, cioè meno del 13%. Antigone sottolinea che inoltre gli istituti scelgono di far lavorare i detenuti solo per poche ore e per pochi giorni, così da offrire possibilità lavorative a più persone possibile. «Ma questo – fanno notare – fa sì che lo stipendio percepito sia molto ridotto e spesso basti solo a pagare i costi del mantenimento».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).