Un po’ a denti stretti e con mille presupposti e cautele Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma e oggi presidente del tribunale vaticano oltre che editorialista della Stampa, lo ammette: persino ai mafiosi detenuti vanno riconosciuti dei diritti. Uno schiaffo, timido ma mirato, ai vertici del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), il capo Petralia e il vicecapo Tartaglia, quelli voluti (o subìti) dal ministro Bonafede dopo la campagna scandalistica sui “boss scarcerati” e la cacciata di Basentini. I due magistrati si sono dimostrati capaci di ignorare le sentenze della Consulta, oltre che i principi della costituzione. Sul banco degli imputati ci sono ancora giudici e tribunali di sorveglianza. I quali però hanno ormai le spalle coperte da una serie di decisioni assunte non solo dalla Cassazione ma anche dalla Corte costituzionale. E, sullo sfondo, spicca per autorevolezza la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).

La svolta della Consulta porta il numero 253 e la data del 23 ottobre 2019, una sentenza che mette in discussione il concetto di “pericolosità sociale” come dato assoluto e irreversibile, stabilendo che anche ai condannati all’ergastolo ostativo possono essere concessi permessi-premio, quelli che fino a quel giorno erano consentiti solo ai “pentiti”. Il giudice Pignatone non è giovanissimo, e ha memoria di quei mesi della primavera-estate del 1992 e delle feroci stragi di mafia cui seguirono le altrettanto feroci leggi emergenziali che il codice penale si trascina ancor oggi. Fu proprio dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta che un Parlamento intimorito e deprivato della propria autonomia, approvò le leggi del “fine pena mai”, palesemente incostituzionali, ma mai prima di un anno fa corrette dalla Consulta.

E ancora oggi, quando le stragi di mafia non ci sono più, lo stesso Pignatone antepone il problema della sicurezza a quello dei diritti e persino della salute. Ogni mafioso, si dice, lo è per sempre. Chi ha sparato e ucciso una volta, si insiste, lo farà per sempre. È questo il concetto di “pericolosità sociale”, un vestito che ti viene cucito addosso per tutta la vita. Che ti rimane appiccicato in ogni angolo di vita quotidiana, anche la più banale. Anche se in carcere hai svolto con documentato successo la strada di reinserimento nella legalità di una vita “normale”. Ma il percorso della Corte Costituzionale, una volta aperta la strada con la rottura del principio dell’ergastolo ostativo, non si è fermato. L’aveva intuito il più sospettoso dei pubblici ministeri italiani, quel Nino Di Matteo che annusa nell’aria trattative e cedimenti, il quale aveva avvertito: «Si apre un varco pericoloso, ponendo fine all’automatismo che caratterizza l’ergastolo ostativo».

Gli avevano fatto eco Luigi Di Maio il quale (non si offenda) di giustizia non sa nulla, ma invoca sempre e comunque manette per tutti: «Chi è in galera con il carcere duro, deve restarci». Punto. E sentite il “mite” Zingaretti, il quale usa un aggettivo caro a Massimo D’Alema (che però era più garantista): «Sentenza stravagante, non mi sento in sintonia con quanto stabilito». Si può solo sperare che non abbia capito di che cosa si trattasse. Ma Di Matteo l’aveva azzeccata, il varco era ormai aperto. E il giro delle carceri fatto dalle donne e dagli uomini della Corte Costituzionale aveva sicuramente aiutato. Soprattutto nella quotidianità delle piccole cose, che per chi è recluso sono spesso montagne invalicabili. E sono quelle che però non piacciono al personale penitenziario e su cui sono intervenuti di recente con particolare ferocia i vertici del Dap. È accaduto che, dopo una serie di mugugni e resistenze da parte di direzioni e personale di alcune carceri, il direttore generale del Dap Riccardo Turrini Vita (di cui speriamo non inizi a occuparsi, per chiederne le dimissioni, Massimo Giletti) aveva inviato una circolare a tutte le direzioni, ordinando di applicare le decisioni della Consulta e della Cassazione. Ma nel giro di due giorni la circolare era stata stracciata dai capi Petralia e Tartaglia. Contrordine compagni.

Eppure si trattava delle famose “piccole cose”. Due ore d’aria giornaliere invece che una anche per i detenuti al 41 bis, dice la Cassazione. E ancora: niente sanzioni disciplinari se due carcerati che appartengono a diversi gruppi di socialità ma per caso si incrociano, si dicono “buongiorno” o “buonasera”. E’ l’ossessione di quel vestito cucito addosso, dei misteriosi e allusivi messaggi che si possono inviare all’esterno del carcere con un banale cenno di saluto, all’origine delle mille vessazioni quotidiane che si aggiungono alla privazione della libertà e all’isolamento. La Corte Costituzionale si è occupata anche di cottura dei cibi e di scambio di oggetti personali.

Ci piacerebbe sapere se non solo Di Maio, ma anche Zingaretti conoscono queste delizie cui vengono sottoposti i prigionieri in un Paese che non ha Guantanamo e le divise arancione, ma conosce bene le piccole torture da infliggere ai detenuti nella vita quotidiana. Che cosa succederà ora? Il giudice Pignatone ha tirato le orecchie al Dap. Ha fatto duecento premesse e precisazioni, ha parlato di “delicato equilibrio” cui sono chiamati i giudici di sorveglianza. Non ha dissertato di cibi cotti o di ore d’aria. Ma il messaggio è chiaro e autorevole: un varco è aperto. Se ne facciamo una ragione i vari Di Matteo, Petralia e Tartaglia, ovunque annidati.