-“Ti scriverò” disse lui. Lei si sedette sul bordo del letto e i suoi sei figli, di sposa bambina, le si cinsero intorno come un cerchio di fate. Lui spinse dentro gli ultimi panni e chiuse a forza la lampo della valigia di plastica morbida, maleodorante di petrolio. “Ti scriverò”, disse ancora, e andò via a testa bassa. Lei si sciolse la corona corvina, i lunghi capelli coprirono le spalle e il petto e gli occhi scaricarono un temporale di lacrime.- L’emigrazione era un lutto, e le corone o le trecce delle spose e madri del Sud si scioglievano solo per il dolore. In quel Sud, l’ultima operazione di poche ore fa, fra Calabria e Basilicata, ha contato 52 misure cautelari per contrastare il caporalato che ha per vittime esseri umani che arrivano da un Sud che sta più giù di questo.

E noi che nel Sud ci viviamo, lo sappiamo dei tuguri e degli accampamenti in cui i migranti vengono costretti, ci vediamo superati a ogni ora dai furgoni carichi all’inverosimile di lavoratori stranieri. Li incontriamo i ragazzi indiani, le volte che ci svegliamo all’alba, correre più che camminare per raggiungere i loro luoghi di pena, avvolti nei turbanti colorati che li salvano dalle macchine, schivati all’ultimo, e al tramonto scorgiamo il bianco degli occhi dei ragazzi di colore che finiscono la fatica su vecchie bici che si mangiano il margine di carreggiate striminzite, ai bordi di disastrate statali. Il Sud è una terra di schiavi, in cui le tendopoli di Rosarno sono la regola e i sogni di Riace vengono fatti sparire al sorgere del sole. Il Sud sono le schiene lucide, piegate a raccogliere ortaggi, le mani allungate all’inverosimile a raggiungere frutti. Delizie che arriveranno su tavole lontane, profumate per celare la puzza che le produce.

Il Sud è una terra di nuovi schiavi, giunti a sostituire quelli scappati. Una storia che si ripete, che nessuno ha davvero voglia di interrompere. Basta farsi un giro fra i campi, fra le tende, tendere agguati, all’alba e al tramonto, lungo le strade.  -A sei anni capii la partenza, il distacco. Smisi di essere bambino e soffrii tanto da non volerlo fare più. “Ti scriverò” disse mio padre andando via, con quei suoi ricci in testa da marocchino. Era ottobre e per dicembre avevo imparato a leggere. La lettera che arrivò a Natale la rubai di nascosto e la lessi sotto il nespolo dell’orto. Seppi cos’era la lontananza, la nostalgia, la solitudine, la condizione di un emigrato-.