Chissà se ci baceremo ancora? È una domanda strana, in armonia con la stranezza del tempo in cui viviamo, all’ombra della minaccia del coronavirus. A Milano l’aria è tiepida, soffiata da una Primavera che ha precorso marzo: le scuole sono chiuse e i milanesi sciamano i figli in cortile a torso nudo, ne approfittano per estorcergli lavoretti che si rimandano di anno in anno, gli fanno ridipingere le recinzioni logorate dalla nebbia di inverni tramontati, gli permettono la trap ad alto volume.

Il virus lo si teme ma gli si ruba l’effetto collaterale migliore, il tempo che regala. I meridionali in trasferta per lavoro nelle Regioni del Nord alle prese con i focolai del covid-19, approfittano dell’allarme, raccolgono un po’ di panni di rapina e montano su qualunque mezzo viaggi in direzione dell’Equatore. Tanti sudici non ancorati stabilmente a settentrione scappano via, tornano a casa fingendosi predati dal timore del contagio, facendosi alibi con i cancelli chiusi di scuole e università, di qualche azienda pavida. I meridionali, tanti, in queste ore che coincidono col carnevale, si mettono in fuga per il Sud, sentono incontenibile il richiamo del ritorno, che quando il pericolo incombe ha un solo nome: casa.

È un istinto che non si controlla, basta farsi un giro delle autostazioni, vicino ai binari o agli autogrill per averne coscienza. Ma al Sud, a quelli che sono rimasti giù per privilegio o per coraggio, le nostalgie del virus fregano poco. Più che all’abbraccio dei fratelli che tornano badano alla potenziale unzione. Ed eccolo il covid-19 che perfido ribalta stereotipi e consuetudini secolari, più che dei barconi e della paura dello straniero hanno il timore delle corriere, dei compaesani che tornando dal contagio se lo portano dietro.

Il nemico è tutto italiano, anzi, per una sorta di contrappasso, il Nord invidiabile per ogni classifica di benessere diventa l’appestato da evitare. E i meridionali che arrivano certi di un abbraccio fraterno si ritrovano a saluti strillati da lontano, a inviti di autorità locali all’autoquarantena. È tramontata in un lampo la grammatica del bacio che da millenni umidifica le guance abbronzate: chi arriva non trova nessuno da cui farsi spupazzare, sguardi che si abbassano e spalle che si mostrano, un’imprecazione sussurrata dai muri: che ci siete tornati a fare, e così di corsa? Non è agosto e nemmeno Natale. Una folla così non si era mai vista per un semplice Carnevale. Neppure i mafiosi che del bacio avevano creato l’epica si azzardano ad allungare le labbra, stitiche e ritratte che mai, nemmeno le Procure, a manette sonanti, erano riuscite a spaventare. Nel tempo del coronavirus non ci si bacia più, mafiosi e non. E non esiste un Governo che ci rassicuri programmaticamente su quando ci baceremo ancora.