Giovedì a Roma in Piazza Cavour è accaduto che alla manifestazione dei penalisti italiani per il rilancio del percorso parlamentare della loro proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere in magistratura, sottoscritta da 75mila cittadini, si sono presentati i più autorevoli rappresentanti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento, ad eccezione di M5S e Partito Democratico. Da Italia Viva (con Maria Elena Boschi) alla Lega (con Matteo Salvini), da Azione (con Carlo Calenda ed Enrico Costa) e + Europa (Riccardo Magi) fino ad una folta e qualificata rappresentanza di Fratelli D’Italia con il responsabile Giustizia Del Mastro ed il vice-Presidente della Commissione Giustizia del Senato Balboni (la cui leader Giorgia Meloni ha voluto far sapere che avrebbe personalmente partecipato, se non fosse stata all’estero).

L’impegno unanime (quella proposta di legge va ri-calendarizzata) nasce da una convinzione esplicitata senza riserve: la separazione delle carriere è la strada obbligata verso una riforma della giustizia che restituisca credibilità alla giurisdizione ed alla magistratura italiana. Non credo sia azzardato trarre concreti auspici da questo importante evento politico. Quella riforma epocale si appresta sempre più concretamente a divenire il nuovo assetto, anche costituzionale, dell’ordinamento giudiziario nel nostro Paese. Difficile che possa accadere in questa legislatura, ma ancora più difficile che non accada con la prossima. La crisi della giurisdizione è crisi di credibilità del Giudice. Chiunque abbia a cuore la credibilità della giurisdizione, deve farsi carico di questo problema, ed innanzitutto comprenderlo nei suoi esatti termini. Il cittadino, ci dicono gli impietosi sondaggi, non ha fiducia nella indipendenza del Giudice.

Il disvelamento delle dinamiche di organizzazione del potere giudiziario che la c.d. “vicenda Palamara” ha reso ben comprensibile a tutti, ha restituito ai cittadini l’idea che le logiche del giudizio penale seguano (ma anche solo: possono seguire), percorsi indipendenti dal rigoroso accertamento della verità dei fatti. Ciò in quanto si è avuta documentata contezza della commistione, indebita ed inconcepibile, tra inquirenti e giudicanti, che si concretizza nelle pieghe delle dinamiche correntizie e di potere che decidono carriere e, quando necessario, protezioni sul versante disciplinare. Una commistione che vede, per di più, l’assoluto protagonismo, prepotente e non contrastabile, dei magistrati inquirenti, cioè dei Pubblici Ministeri. La natura schiettamente politica dei titolari dell’azione penale, e la formidabile esposizione mediatica che l’accompagna, hanno non a caso consegnato da decenni ai magistrati del pubblico ministero (appena il 20% delle toghe) un potere immenso, dovuto al controllo assoluto della rappresentanza politica ed associativa della magistratura.

Occorre dunque comprendere che i cittadini hanno ora ben chiaro quello che da sempre era noto solo agli addetti ai lavori, ma che fino a ieri poteva facilmente essere spacciato per la menzognera narrazione dei nemici della magistratura (oggi meglio definiti “impunitisti”): le Procure della Repubblica sono le vere protagoniste della giurisdizione, poiché sono in condizioni di esercitare un potere di condizionamento – correntizio, disciplinare, mediatico e carrieristico- in grado di attentare alla indipendenza del Giudice. Le recenti vicende di Verbania e di Milano rappresentano solo una eclatante esemplificazione di una realtà largamente diffusa nel Paese.

Se si vuole restituire ai cittadini fiducia nella giurisdizione, occorre che la indipendenza del giudice (dalla Politica ma soprattutto dalla Pubblica Accusa) non resti affidata alle risorse morali o alla radicata ed orgogliosa sua formazione professionale, ma alla estraneità ordinamentale della magistratura giudicante rispetto a quella inquirente: concorsi diversi, carriere autonome, organismi di autogoverno separati. La manifestazione di giovedì ha confermato in modo inequivocabile quanta strada stia facendo questo convincimento.

Solo Il livoroso Fatto Quotidiano poteva mettersi a contare quanti fossero gli avvocati in quella assolata piazza, per conseguirne (Dio solo sa secondo quali parametri) che si è trattato di un “flop dei penalisti”. Non c’è nulla di più penoso della mancanza di senso del ridicolo. D’altronde, cosa vuoi aspettarti da chi è capace di sostenere, per dirne una tra mille, che Mario Draghi ha copiato il recovery plan da un civilista di Volturara Appula?

Presidente Unione CamerePenali Italiane