Tragico anniversario quello della notte tre il 20 e il 21 luglio del 1992, ventinove anni fa, quando trecento uomini furono prelevati da diverse carceri, sequestrati e deportati. E poi torturati giorno dopo giorno, notte dopo notte, mentre da 300 erano diventati 532, nei luoghi detenzione speciale delle isole di Pianosa e Asinara, trasformate da colonie agricole a bunker dove consumare la vendetta di Stato. La rabbia e la rappresaglia furono la risposta all’assassinio di Paolo Borsellino. Così quella notte lo Stato indossò il passamontagna della vendetta.

Fa una certa impressione, in questo luglio in cui siamo costretti a convivere con le bastonate di Santa Maria Capua Vetere e di chissà quante altre carceri italiane, e poi con il ricordo tragico del G8 del 2001 a Genova, sapere che nella nostra agenda sono segnate con l’inchiostro indelebile non solo le date degli assassinii di Falcone e di Borsellino ma anche quel che ne è seguito. Fino alla notte del 20 luglio. Non erano tutti mafiosi, i 300 che furono deportati nel buio, trascinati per i capelli, con o senza vestiti, fino alle isole che saranno maledette fino al 1998, quando furono di nuovo e finalmente lasciate allo splendore della loro natura e della loro fauna. La gran parte di loro era fatta di ragazzi in attesa di giudizio, pochissimi per reati legati alla mafia. Erano semplicemente i reclusi delle carceri del sud, dall’Ucciardone a Poggioreale. Ma furono spacciati, nelle cronache cieche e sorde allora più di oggi, per i boss che avevano assassinato i due magistrati. Peccato che i capimafia fossero invece tutti latitanti, e solo nel 1993 sarà arrestato Totò Riina.

Ma l’importante era il “segnale”. Ecco come si concretizzò la risposta dello Stato, nelle parole di uno di loro, uno che ho incontrato io stessa a Pianosa e che si chiama Matteo Greco. La sua testimonianza è anche riportata nella tesi di laurea di Carmelo Musumeci, uno dei pochissimi condannati all’ergastolo ostativo che sono riusciti a dare un indirizzo diverso alla propria vita. Un percorso nello “stile Cartabia”. Ecco quel che successe a Matteo Greco quella notte. «Ormai da parecchie ore mi sono addormentato, a un tratto mi sveglio di soprassalto, alcuni secondini hanno aperto la porta blindata e il cancello, entrano in cella, circondano la branda e mi dicono: “Alzati, devi partire”. “Per dove?” Un secondino con la mano destra mi prende per i capelli tirandomi fuori dal letto, un altro mi dà un pugno dall’alto verso il basso sul collo. Cerco di difendermi. Mi si buttano tutti e sei addosso con pugni e calci… finché non cado per terra per non avere più la forza di rialzarmi. In faccia sono una maschera di sangue, non ho detto una parola né un lamento, si sono sentite solo le grida dei secondini.. Vengo fatto scendere all’aeroporto militare. Non chiedo dove mi stanno portando e dove sono i miei vestiti. Infatti l’unico vestiario che ho è il pigiama che indosso e un paio di ciabatte di plastica ai piedi. Mi fanno salire su un elicottero militare, un rumore assordante, non mi è stata data la cuffia. Dopo molte ore arrivo sull’isola di Pianosa e lì mi attendono una trentina tra secondini, carabinieri e finanza».

Questo è solo l’antipasto. Le testimonianze sono tutte uguali. Ecco che cosa è Pianosa, in quei giorni. «Appena metto i piedi a terra alcuni secondini mi danno pugni e calci… mi sbattono dentro una jeep, batto la testa, mi danno un pugno gridando “abbassa la testa bastardo”. Poi vengo fatto entrare in una cella d’isolamento, tre metri per due, una branda di ferro massiccio saldata per terra, un lavandino d’acciaio saldato al muro, sopra un rubinetto con acqua salata non potabile». «Mi viene ordinato di spogliarmi… a un tratto si scagliano di nuovo come belve assetate sul mio povero corpo, il pestaggio dura alcuni minuti lunghi come un’eternità! Svengo. Riprendo i sensi con una puntura fattami da una dottoressa, la quale vedendomi esclama “Ma come è ridotta questa persona?”. Il suo lavoro (perché è obbligata) è far finta di nulla, infatti nel certificato per la medicazione scrive “Trattasi di una piccola escoriazione sulla fronte scivolando in cella”».

La routine quotidiana, nel racconto di Matteo Greco e in quello degli altri parla di un litro di acqua al giorno (sulle isole in piena estate), di cibo razionatissimo «dove si trova, sia nella pasta sia nel secondo, un po’ di tutto tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi». La notte gli agenti si divertivano, picchiavano un po’ i detenuti, poi andavano a bere. Ancora il racconto: «Pochi erano i secondini non ubriachi, la maggioranza canticchiava la stessa canzone, Faccetta nera». Poi all’aria, «si deve salutare e mettersi di fronte al lato della cella con il viso al muro, mani e braccia aperte, gambe divaricate al massimo come un piccolo ponte con la testa abbassata… e così si arriva al passeggio, il tragitto è pieno di secondini incappucciati che tirano manganellate da tutte le parti». La cosa più grave è che, al contrario di quel che succede oggi, perché comunque i detenuti hanno la possibilità di comunicare con l’esterno, con gli avvocati e i familiari, in quei giorni quei 532 erano letteralmente sequestrati, gli avvocati scoraggiati, una legale disperata dovette rinunciare alle visite dopo che era stata tenuta per ore in attesa sotto il sole e le era stata rifiutata l’acqua, poi spogliata e sottoposta a visita anche interna e privata del suo assorbente igienico. Nessuno doveva sapere quel che succedeva là dentro.

Finché un giorno… «… viene a visitare il centro di tortura l’onorevole Tiziana Maiolo, sull’isola, i detenuti da pochi minuti erano stati bastonati. L’onorevole chiede di visitare le sezioni, invece il comandante le vuol far vedere soltanto le strutture. La Maiolo insiste a voler vedere i detenuti, un vice maresciallo come se capitasse lì per caso l’avvisa che fra poco si alza il mare…». «L’indomani l’onorevole Tiziana Maiolo telefona al Ministero per farsi autorizzare a visitare i detenuti, questo a sua volta ordina agli aguzzini di riportarla a Pianosa… a malavoglia viene accompagnata…nota nel viso e negli occhi la paura, sono terrorizzati… alla fine l’onorevole si ferma nella mia cella e mi chiede come sto… “Male, sono bastonato minimo dalle quattro alle otto volte al giorno”, alzo la maglietta e la Maiolo rimane di ghiaccio… il comandante dice che il detenuto è malato al cervello, che gli ematomi se li è procurati da solo. La Maiolo è piena di rabbia, chiede di aprire il cancello, vuole parlare da sola con me. Il capo degli aguzzini si rifiuta categoricamente, la Maiolo urla, lo stesso fa il comandante che la vuole intimorire. Dopo un batti e ribatti il maresciallo cede… e io le racconto tutto». Naturalmente in seguito le botte sono arrivate ancora, ma, a detta di tutti, sono molto diminuite. Rompere l’isolamento era la cosa più importante.

Ma il fatto è che a nulla sono valse le interrogazioni e le denunce. L’unica voce “stonata” fu quella di un bravo giudice di sorveglianza di Livorno, Rinaldo Merani, che in una relazione denunciò i pestaggi e le torture subite dai prigionieri. Qualcuno aveva subito persino finte esecuzioni, con tanto di pistola puntata alla tempia. Erano nel frattempo cominciate ad arrivare anche le proteste di qualche familiare, compresa la famosa lettera in cui la moglie di Scarantino denunciava come il marito fosse stato costretto a fare il “pentito”. Falso, come si appurerà solo 15 anni dopo che avrà mandato in galera tanti innocenti.

La difficoltà ad avere processi sulle sevizie sui pestaggi, sulle torture, non gioverà quando finalmente due detenuti otterranno alla Cedu sentenze di condanna nei confronti dell’Italia, che sarà sanzionata per non aver saputo porre fine alle violenze, ma non anche per averle messe in atto. Perché a sette-otto anni di distanza era diventato quasi impossibile riconoscere su fotocopie sbiadite dal tempo le facce degli aguzzini né esibire certificati medici inesistenti, visto che a Pianosa e Asinara i detenuti continuavano a procurarsi piccole escoriazioni scivolando sulle scale.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.