Chissà se qualcuno di voi si ricorda di questo nome: Lynndie England. Era una ragazzina di 20 anni nel 2003, quando scoppiò lo scandalo di Abu Ghraib. Abu Ghraib era l’orrenda prigione di Baghdad nella quale i soldati americani torturavano i prigionieri saddamisti. Sui giornali di tutto il mondo fu pubblicata la foto di questa ragazzina, piccola, esile, in divisa, che trascinava al guinzaglio un detenuto iracheno, nudo, costretto a strisciare sul pavimento.

Questa immagine, insieme a quella famosa dell’altro detenuto, in piedi su un piccolissimo panchetto, incappucciato, bendato, con una tunica di stracci, con le mani collegate a dei fili elettrici, diventò l’immagine simbolo dello scandalo e della ferocia. Ci fu una rivolta morale negli Stati Uniti. Siamo i liberatori – dissero i giornali -, non gli oppressori, gli aguzzini. Lynndie fu condannata a tre anni di prigione, e ne scontò due. Il suo capo, un certo Charles Graner, che le aveva dato un figlio (mai riconosciuto) si beccò dieci anni. Stavo in America in quei giorni e andai a cercare Lynndie nel paesino dove viveva, in West Virginia, in fondo a una valle piena di boschi. Era un accampamento più che un paesino. Lei non c’era, vidi la roulotte dove viveva coi genitori, parlai coi vicini, dicevano che era una brava ragazza. Quasi sicuramente lo era: travolta nei culti della violenza e del sadismo da un sistema militare aggressivo e spietato. Almeno, io mi feci questa idea: che la ragione dell’orrore di Abu Ghraib non andasse cercata nella perfidia di Lynndie ma nel sistema guerresco e nel mito della forza.

Oggi tornano alla mente quelle immagini, vedendo il filmato messo on line dal Domani. La ferocia di esponenti del potere contro persone fragilissime e che in nessun modo possono difendersi. Il massimo del potere, cioè il potere fisico, che si accanisce con il massimo della debolezza: il detenuto. È un episodio raro, unico? No, non credo proprio.
La ministra Cartabia ha scritto una nota molto nobile di condanna di questo orrore. Dispiace che non lo abbiano fatto a suo tempo i suoi predecessori. Il Riformista denunciò quella mattanza 14 mesi fa. L’autunno scorso fu anche aperta una inchiesta giudiziaria. Ci furono interrogazioni parlamentari. Non è stato una bella cosa il disinteresse del governo dei 5 Stelle e del Pd. Se ne fregarono. Non ritennero che fosse loro compito intervenire di fronte a un orrore di stato. Per fortuna non governano più e sembra che il nuovo esecutivo sia più favorevole alle norme essenziali dello stato di diritto.

Però resta aperta una questione. Che non è semplicemente quella della punizione dei responsabili. Il problema della punizione dei responsabili è quasi secondaria. La questione è: qual è la causa di questa violenza, e come si può estirpare? Lo abbiamo già detto su queste colonne, ma va ripetuto: la causa è il carcere. Il carcere è la più orribile delle istituzioni dello Stato. Il carcere è violenza, è vendetta, è inno alla punizione, è forza criminogena. Cioè è la macchina che produce la spaventosa azione di Santa Maria Capua Vetere. Quasi la giustifica. Se davvero siamo indignati per quelle azioni non ripetiamo a paperella la frase fatta sulle mele marce. Non ci sono mele marce: c’è una istituzione marcia. la prigione. Che va riformata, ridotta ai minimi termini, e che non va mai più considerata come il “castello” della giustizia. Il carcere è ingiustizia pura. È sadismo. È sempre, o quasi sempre, Abu Ghraib.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.