Il clima di impunità c’era. E anche di violenza. Era nei luoghi delle istituzioni, era nelle redazioni di certi giornali, era in alcune trasmissioni televisive. Si erano sentiti autorizzati. Per questo colpivano tranquilli, quelli della squadretta di Santa Maria Capua Vetere. Si sentivano autorizzati da chi, nei giorni di massima allerta per l’epidemia, vedeva solo nel “buttare via la chiave” la risposta al pericolo. Al punto di trattare da complice della mafia chiunque- fosse il ministro o il capo del Dap o un giudice di sorveglianza- avesse mostrato umanità e attenzione al diritto alla salute di ogni cittadino, reclusi compresi.

Il 6 aprile del 2020 non fu solo il giorno della spedizione punitiva nel carcere di Santa Maria Capua Vetere contro detenuti che il giorno prima avevano manifestato, forse non proprio con belle maniere, per il terrore di un contagio da Covid all’interno del carcere. Non fu soltanto il giorno in cui il rapporto “Space” del Consiglio d’Europa segnalava per l’ennesima volta che l’Italia era il terzo Paese per sovraffollamento dopo Turchia e Belgio con 119 detenuti per ogni posto disponibile (ma in Lombardia erano 143 e in alcuni istituti si arrivava a 200). Fu anche il giorno in cui papa Francesco, nell’introduzione alla messa di Santa Marta, sussurrò: «Vorrei che pregassimo per il problema del sovraffollamento nelle carceri». E anche il giorno in cui Walter Verini, responsabile giustizia del Pd, così come un altro esponente della sinistra, Gennaro Migliore di Italia Viva, ponevano il problema delle carceri al governo. Apprezzabile sensibilità nei giorni in cui gli oggetti del desiderio erano le introvabili mascherine e, mentre terrorizzati eravamo un po’ tutti, un vero grido di dolore arrivava da una lettera con centinaia di firme inviata alle massime autorità dello Stato dai parenti dei detenuti. Ignari di quanto fossero vicini alla realtà, preoccupati in quel momento della salute più che dell’incolumità fisica dei loro cari, gridavano la loro vicinanza alle tenebre degli uomini-ombra: “State violando la Costituzione e condannando a morte i nostri cari!” .

Ma non è a questi gesti di buona volontà o alle esortazioni del Consiglio d’Europa che dobbiamo far riferimento per capire, per ricordare il vero clima politico e sociale in cui inserire le botte date a freddo, i pestaggi che uomini in divisa hanno riservato agli uomini invisibili perché nascosti dalle mura delle prigioni. La verità è che quegli uomini in divisa che hanno colpito senza emozioni i corpi di altri uomini sapevano di poterlo fare. Sapevano che quei corpi per la maggior parte degli altri erano già corpi morti. E il sovraffollamento al massimo un fastidioso fardello.
Ma c’era il Covid. E mentre un non insolito terzetto – il ministro Bonafede, il procuratore Gratteri e il solito Travaglio- vomitava parole rassicuranti, essendo per loro il carcere “il luogo più sicuro di tutti”, e veniva voglia di mandarceli dentro per un po’ tutti e tre, sia da parte degli avvocati che da una serie di magistrati di sorveglianza arrivava un allarme vero. Venivano segnalati i primi contagi sia tra i detenuti che tra gli agenti e il personale amministrativo. La sospensione dei colloqui e il blocco all’ingresso dei volontari avevano poi creato quelle tensioni che porteranno alle rivolte con i 13 morti. Un dato era certo, era difficilissimo se non impossibile attuare il distanziamento tra persone in spazi già ristretti, nella promiscuità che già da sola pare fatta apposta per creare tensioni e a volte una vera furia da fare pagare ad altri.

Bisognava pur fare qualcosa, e qualcosa il governo giallorosa in realtà fece. Qualcosina, mentre in Francia la ministra Belloubet programmava e poi attuava 5.000 scarcerazioni, come del resto gli altri Paesi europei ( Danimarca, Finlandia, Lettonia e Norvegia avevano sospeso del tutto la custodia cautelare), e persino in Marocco e Turchia erano migliaia i prigionieri liberati. Il primo coniglio (coniglietto) uscito dal cilindro del governo fu il decreto “Cura Italia”. Più che una soluzione, era una vera resa al virus. Prevedeva il passaggio ai domiciliari solo di coloro che in realtà nelle prigioni non avrebbero neppure dovuto esserci, cioè coloro che dovevano scontare una pena (o residuo) non superiore a diciotto mesi, purché non condannati per reati gravi. Tra l’altro prevedeva anche l’applicazione dei braccialetti elettronici, cioè di quegli strumenti di controllo che al momento erano quasi più introvabili delle mitiche mascherine. C’era l’emergenza-covid, c’erano situazioni con dieci detenuti per cella, la Cedu continuava a denunciare la gravità della situazione carceraria italiana, papa Francesco implorava anche durante la via Crucis, e il ministro Bonafede non sapeva dare risposte. Il meccanismo si era inceppato davanti ai braccialetti. Intanto il contagio avanzava insieme alle grida disperate dei giudici di sorveglianza, dei medici e dei direttori delle carceri.

Nasce così la famosa circolare del Dap del 21 marzo, forse l’iniziativa più lungimirante e umana del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, allora presieduto da Francesco Basentini, che pagherà con le dimissioni un clima di caccia alle streghe violento e ossessivo. La circolare, sulla base delle indicazioni dei medici, mette in guardia dai rischi sanitari che corrono i detenuti fragili per età o perché affetti da determinate patologie, e chiede che vengano segnalati i casi di malati oncologici o affetti da hiv o da malattie cardiologiche o dell’apparato respiratorio.
Si parla di esseri umani e di malattie gravi. Ce ne sono tanti, carcerati anziani, persone in carrozzina, malati gravi. Perché questo sono le nostre carceri, ancora oggi. C’è anche qualche novantenne che nessuno ha l’umanità di mandare a casa. I giudici e i tribunali di sorveglianza iniziano a fare il proprio dovere, mentre fischiano le pallottole. I loro provvedimenti saranno di sospensione provvisoria dell’esecuzione della pena per i malati più gravi. I quali andranno per poco tempo a dormire nel proprio letto. E non ce ne è stato uno, quando poi sono andati a riarrestarli, che sia scappato, che non si sia fatto trovare. Tutti obbedienti e coperti. Anziani e malati. Ma nella storia di quel che succederà in seguito non esisteranno più anziani e malati, ma solo “mafiosi scarcerati”.

Il gioco a tenaglia vede come protagonisti il quotidiano La Repubblica e la trasmissione Non è l’arena di Massimo Giletti, che si fa aiutare da qualche magistrato come Nino Di Matteo e Catello Maresca. Mirano subito alla testa di Francesco Basentini, che viene dipinto come un “signor nessuno” messo da Alfonso Bonafede al posto di chi meritava molto di più, l’ex pm del processo Trattativa cui il ministro aveva promesso quel ruolo, salvo poi tirarsi indietro in modo inspiegabile dopo che nelle carceri alcuni mafiosi avevano espresso preoccupazione. Domenica dopo domenica Francesco Basentini viene fatto a pezzi, trattato da “inadeguato” al ruolo che riveste e sollecitato alle dimissioni. La squadretta ce la farà. Non riuscirà invece nel colpo grosso, quello di spazzare via anche lo stesso Bonafede, trattato come uno da “concorso esterno”, intimidito dai boss. L’altro braccio della tenaglia è la raffica di titoli e titoloni tanto allarmistici quanto sballati del quotidiano La Repubblica. Come questo: “I 376 boss scarcerati. Ecco la lista riservata che allarma le procure”. Si scoprirà poi che tra le persone che ebbero il differimento pena per qualche giorno, erano al massimo cinque quelli che potevano essere definiti “boss” o “mafiosi”, quelli che erano al 41-bis. Ma la sassaiola ormai era fitta più che mai.

La primavera umanitaria durò poco. Anche coloro, come Renzi, come Verini, come Gennaro Migliore, che avevano mostrato un briciolo di umanità nei confronti degli uomini-ombra, della popolazione dolente delle prigioni, parteciparono come tutti gli altri, di destra o di sinistra, al banchetto anti-scarcerazioni dei mafiosi. Nel giro di un mese la circolare del Dap non esisteva più e per qualunque provvedimento i giudici di sorveglianza avrebbero dovuto prima consultare l’Antimafia e addirittura i pubblici ministeri che avevano svolto le prime indagini. Francesco Basentini veniva prima umiliato con l’affiancamento di un vice forte come Roberto Tartaglia, poi accompagnato alle dimissioni, quindi sostituito con la velocità del fulmine da Dino Petralia.

L’operazione “antimafia” era al completo. E le carceri trattate come un gigantesco 416-bis. C’è da stupirsi se in quel clima siano anche maturate spedizioni punitive volte a colpire i soggetti più fragili, gli uomini-ombra che non hanno possibilità di difendersi? Se un ministro è stato trattato da mafioso, se un magistrato potente che comandava tutti gli istituti di pena è stato insultato e cacciato, se i giudici di sorveglianza sono stati considerati i complici dei boss, perché qualcuno non avrebbe dovuto sentirsi autorizzato a manganellare un po’ i prigionieri?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.