A S. Maria Capua Vetere e un po’ in tutta Italia sembrano tornate le torture degli anni novanta nelle carceri speciali di Pianosa e Asinara. Abbiamo dunque avuto un governo Conte e un ministro Bonafede che proteggevano dei torturatori? Pare di sì, a leggere i verbali della magistratura sulle spedizioni punitive attuate un anno fa nelle carceri italiane dopo l’ondata di proteste dei detenuti impauriti dal dilagare dell’epidemia di Covid-19.

Calci, pugni, sputi, persone catturate nel sonno, con o senza pigiama, con o senza ciabatte, sicuramente senza spazzolino da denti o biancheria o vestiti, libri e oggetti personali. Presi e trasferiti da agenti irriconoscibili nel loro assetto di guerra. È vero, c’erano state proteste e rivolte, nella primavera di un anno fa nelle carceri, mentre la paura di un virus-nemico, invisibile e tremendo ci stava terrorizzando “fuori”, e a maggior ragione “dentro”. Ma la risposta dello Stato, a quel che si legge dai provvedimenti della magistratura in questi giorni dopo gli arresti di Santa Maria Capua Vetere, è stata violenta e arrogante.

Sono immagini fotocopia di qualcosa che non avremmo più voluto vedere, ricordi di una stagione drammatica in cui le mafie lasciavano sul selciato ogni giorno i corpi delle loro vittime. La stagione in cui furono giustiziati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’estate del 1992 la ricordo personalmente. I tanti testimoni –in una notte ne furono deportati 300 nelle due isole- parlano di uomini con il passamontagna della vendetta. La spedizione punitiva di quella notte non era conseguenza di proteste o di rivolte carcerarie, era vendetta pura nei confronti di una mafia sanguinaria che in realtà aveva poco a che vedere con quei corpi che furono martoriati per settimane negli istituti speciali. I boss di Cosa Nostra erano tutti latitanti, così lo Stato si vendicò su alcuni picciotti e con tanti che non c’entravano niente, delinquentelli di borgata o addirittura incarcerati da innocenti.

La vendetta di Stato servì anche a costruire i falsi “pentiti”, i più deboli, quelli che non ce la facevano più a essere picchiati ogni giorno, a bere l’acqua arrugginita dei rubinetti, a mangiare poca pasta spesso condita con pezzi di vetro, a stare nel caldo torrido senza doccia se non una volta ogni quindici giorni per tre minuti e chiusa d’improvviso quando il corpo era insaponato. Era tortura quella del 1992 a Pianosa e Asinara. E quella della primavera 2020 a S.Maria Capua Vetere, ma anche a Modena, ad Ascoli, a Melfi che cosa è stata? Quando si legge nelle deposizioni «mi hanno fatto inginocchiare e mi hanno tenuto bloccato a terra, venivo colpito dagli sfollagente degli agenti.. mi colpivano in testa, alla schiena, sulle gambe…», non si trattava di tortura? Trent’anni fa gli omicidi Falcone e Borsellino avevano fatto perdere la testa agli apparati dello Stato.

Pur dopo il Maxiprocesso con i suoi ergastoli, restava il fatto che Totò Riina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro erano sempre uccel di bosco. Loro continuavano a sparare e lo Stato usava il manganello sui corpi dei più deboli, i detenuti. Proprio come nel 2020, quando un debolissimo governo Conte-due invece di sfollare gli istituti di pena come avrebbe dovuto in presenza del virus, aveva sfogato la propria impotenza sui corpi prigionieri. Nel 1992 le torture, per le quali poi l’Italia fu condannata dalla Cedu, produssero anche quella gravissima distorsione politico-giudiziaria che fu il caso Scarantino, il falso pentito nel delitto Borsellino. Enzino, il picciotto della Guadagna, che non era neanche un mafioso, ma un delinquentello che si arrangiava con piccolo spaccio e altri lavoretti di basso rango, era uno dei ragazzi torturati che avevo incontrato in carcere. Invano era stata resa pubblica la lettera della moglie che denunciava il capo della mobile Arnaldo La Barbera per le torture e la costrizione al falso pentimento.

È storia nota che venti innocenti sono rimasti in carcere per quindici anni ingiustamente prima che si disvelasse l’imbroglio. Ma nelle violenze di un anno fa non paiono esservi neanche motivazioni di politica giudiziaria. Sembra piuttosto una serie di azioni muscolari del debolissimo governo giallo-rosa che nessuno rimpiange, insieme all’indimenticabile ministro Bonafede preoccupato più di sbattere gente in galera che di fare giustizia. Infatti giusto un anno fa, nel mese di giugno era andato in aula a Montecitorio a portare la propria solidarietà agli agenti picchiatori. Qualcuno gli chiederà conto di quei fatti così agghiaccianti da riportare alla memoria le torture di Pianosa e Asinara di quasi trent’anni fa?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.